Africa e India: dove il ritmo ha avuto inizio

Quando è cominciato il ritmo? Qual è stato il primo atto definibile come esecuzione ritmica? Sono domande molto complesse, a cui però proviamo a dare una risposta.

Se escludiamo per un attimo il concetto di paesaggio sonoro, teorizzato da Schafer e ci concentriamo unicamente sulle attività umane, possiamo dedurre che la musica nasce prima di tutto come ritmo.

Facendo un salto temporale nella Preistoria possiamo notare la nascita dei primi tamburi, che venivano utilizzati esclusivamente come sistema per ammorbidire le pellicce che venivano utilizzate come abiti.

Ebbene, durante questa attività era importante cadenzare i colpi per non perdere il ritmo, essenziale per ottenere un risultato ottimale. La prima forma musicale era quindi una cadenza ritmica fondamentale per la sopravvivenza!

Con il passare degli anni il ritmo ha avuto enormi sviluppi, acquisendo diverse complessità nelle varie culture. Basti citare l’importanza che Pitagora e i filosofi greci in genere davano al ritmo (alla musica in generale) come massima espressività artistica, culla della conoscenza matematica.

Sono però fermamente convinto che il tempo abbia due madri, due radici fondamentali per la sua comprensione che andrò immediatamente ad esplicare.

Il continente nero è storicamente noto per la tratta degli schiavi, che ha creato una cicatrice multisecolare difficilmente dimenticabile.

Nonostante la nostra spietatezza, l’Africa ci ha regalato doni meravigliosi e tra questi abbiamo la musica percussiva.

La vita nei luoghi aperti ha portato le popolazioni a creare potenti strumenti a percussione come il Djembe. Suonati in gruppi piuttosto numerosi, questi strumenti generano un volume in grado di spaventare i nemici, scacciare gli spiriti malvagi e attirare gli spiriti benevoli.

Musicista che suona un djembe

Si tratta di musica puramente improvvisata, molte volte ricca di poliritmia. Questo perché si cerca di instaurare un dialogo tra i musicisti: una percussione fa la domanda, l’altro risponde.

La quasi assenza del battere inoltre, genera una sensazione di totale apertura e libertà del momento, una sensazione fondamentale in qualsiasi rito, specie nelle pratiche Voodoo.

L’altro cuore pulsante del ritmo è senza dubbio l’India, che ha una filosofia in antitesi con quella africana ma di grande importanza per chiunque si affacci allo studio del ritmo.

Sempre legata alla sfera religiosa, la musica indiana può essere estremamente diversa nelle regioni del nord (definita indostana) rispetto a quelle del sud (definita carnatica).

In questo ambito i percussionisti sono legati al mero accompagnamento e solo nell’ultimo secolo hanno conquistato un posto di rilievo, sino a diventare solisti.

Ma allora perché definirla madre del ritmo? Beh, per l’incredibile capacità di costruire strumenti a percussione complessi come le Tabla e soprattutto per la millenaria filosofia intrinseca nella costruzione del brano.

Tabla Indiane: il bhayan è quello di diametro maggiore, dhayan quello con diametro minore

Partiamo con la difficoltà principale: le composizioni, definite Raga, sono cadenzate da matrici (fraseggi) che rappresentano il tema.

Solitamente la matrice è molto lunga e spesso viene spezzettata in cellule più brevi, generando frasi dispari che, ripetute ciclicamente, portano a compimento la frase. Questa caratteristica si legava alla loro suddivisione della giornata: Gli indiani infatti dividevano le 24 ore in 8 sezioni di 3 ore.

Come per la musica africana anche la musica indiana è basata sull’improvvisazione e la combinazione tra polimetria e poliritmia, che oltre a generare textures ritmiche complesse danno una sensazione di accelerato e rallentato.

Due mondi diversi, due modi di concepire il tempo, stesso obbiettivo: comunicare il proprio essere con l’arte.

Migliora la tua performance Live con un click

Quando vai al concerto del tuo artista preferito, noterai che in molti brani spesso sono presenti parti melodiche aggiuntive o di strumenti che in quel momento non sono sul palco. Oppure capita che il gruppo inizi il brano con tutto l’organico presente senza il canonico stacco del “quattro” da parte del batterista. Com’è possibile che tutti i musicisti riescano partire perfettamente a tempo alla medesima velocità senza nessun tipo di sbavature? Semplice: attraverso l’ausilio del Click.

L’utilizzo del click (o metronomo, che dir si voglia) in contesti live ha sempre diviso i musicisti in fronti opposti. Da un lato c’è chi non lo concepisce perché ritiene che porti ad un’innaturalezza della performance, dall’altro chi lo considera un upgrade che permette di portare i propri brani a un livello superiore.

Personalmente non posso far altro che essere favorevole all’utilizzo del click dal vivo, per diversi motivi che ora vado ad elencare.

Innanzitutto ti da la possibilità di ottenere più confidenza in quello che fai. Il metronomo ti permette di concentrarti solo sulla tua parte, senza rischiare di rendere il tempo instabile a causa degli sbalzi di adrenalina e di insicurezza che talvolta travolgono noi musicisti. E non solo: una maggiore confidenza in quello che fai ti permette di aumentare la chimica all’interno del gruppo dando un forte senso di coesione, che nei contesti live è molto importante.

Un altro aspetto in cui risulta fondamentale è nell’utilizzo delle sequenze, ovvero delle parti realizzate in precedenza e azionate nel momento opportuno. Siccome queste vengono preparate a velocità prestabilite, è necessario che i musicisti siano sempre a metronomo per evitare di far fluttuare il tempo del brano.

Altro punto molto importante è l’estetica, e per esporlo vi porto l’esperienza dei King Crimson. Robert Fripp infatti ha obbligato tutti i musicisti ad avere il click nei propri monitor, in particolare per avere un maggiore impatto sonoro quando il brano inizia al massimo della sua dinamica. Eliminando il classico stacco con le bacchette, che prepara all’arrivo di qualcosa, l’ascoltatore si trova colto di sorpresa e di conseguenza è completamente immerso nel live.

Posso capire che per alcuni utilizzare il metronomo in un contesto stressante come quello del concerto possa essere difficile e a tratti perfino angosciante. Ecco perché voglio suggerire un piccolo trucchetto che utilizzo per poter rendere questo passaggio più facile e a tratti più divertente.

Anziché affidarti al classico ticchettio del metronomo puoi acquistare una drum machine e programmare dei pattern. Questo ti permetterà di avere comunque un preciso riferimento del tempo, ma eliminando il timore che il metronomo incute. Inoltre può essere un ottimo riempitivo per i tuoi brani perché ti permette di guarnirli con un fresco sound elettronico. Insomma: due piccioni con una fava.

Arturia Drumbrute: un'alternativa al click nella tua performance live

Studi a metronomo? Sei sicuro che basti?

esercitarsi con il metronomo

Indipendentemente dallo strumento e dal genere che suoni il tempo è parte essenziale di ogni esecuzione e, maggiore è il tuo controllo, migliore sarà la tua performance; ecco perché in ambito didattico l’utilizzo del metronomo è largamente diffuso per poter padroneggiare il tempo e le suddivisioni ritmiche.

Sin dalle prime lezioni di solfeggio il perpetuare del ticchettio del metronomo è sempre stato visto dagli studenti come un nemico, fonte di ulteriore stress, che rendeva l’esercizio molto più difficile di quello che non fosse, per questo molti furbetti lo misero da parte studiando solo con il proprio tempo interiore; già, ma a quale prezzo?

Quando facciamo pratica con il nostro strumento, spesso ci dimentichiamo l’enorme sforzo neurologico a cui ci stiamo sottoponendo: infatti nella fase di studio utilizziamo tre quarti del nostro cervello e l’intero cervelletto, per cui avere la presunzione di affidarsi solo a noi stessi per scandire il tempo, specialmente agli inizi mi sembra poco pratico. Ecco perché il metronomo è il valido aiutante che ti permetterà di sgravarti di questo onere, concentrandosi solo ed unicamente sullo studio degli esercizi.

Una volta presa dimestichezza infatti quel ticchettio non sarà più un nemico e ci permetterà di ottenere una percezione del tempo più solida, nonché renderci più chiara la suddivisione ritmica.

Ma nel 2019 sono convinto che possiamo fare un passo oltre e tal proposito vi faccio una domanda: voi il metronomo lo avete mai studiato in levare? Una domanda bizzarra che porta a una pratica curiosa ma che eleva il vostro studio un gradino più alto.

Usare il metronomo come esercizio

Immaginate di prendere un libro di solfeggio ritmico e cominciate ad eseguire gli esercizi con il metronomo, ovviamente voi tutti farete ogni riga del pentagramma con la pulsazione in battere, bene, ora provate a rifare gli esercizi partendo dal presupposto che il ticchettio sia in levare, il risultato sarà quindi che il battere sarà privo di riferimenti, che saranno invece sull’ottavo in levare di ogni quarto.

Il risultato, al primo ascolto sarà molto strano ma, non appena presa dimestichezza, vi accorgerete che l’intenzione e il vostro portamento cambia completamente! Se poi questo esercizio lo riportiamo su un groove o su un fraseggio la differenza sarà ancora più evidente; questo avviene perché cambia il riferimento, il vostro punto di appoggio, il cervello quindi deve riadattarsi alla nuova situazione.

Un metodo di studio immediatamente applicabile che normalmente utilizzo nella mia routine pre registrazione, e che porterà a un notevole miglioramento della percezione del tempo e un miglioramento del portamento.

Un altro upgrade è quello di usare creare una sequenza di metronomo con due battute, in cui la prima battuta abbiamo la pulsazione, nella seconda battuta pausa; eseguendo l’esercizio con questo metodo ci ritroveremo a fare i conti con il nostro tempo interiore e vedere se effettivamente è stabile e, se in caso non lo fosse, migliorarlo ulteriormente.

Per i più coraggiosi nessuno vi vieta di poter mescolare i due metodi di studio, non possiamo garantire sulla vostra sanità mentale.

Ovviamente anche lo studio senza metronomo è molto importante per poter spostare il vostro focus sulle sonorità e sulla musicalità dei vostri fraseggi, bisogna sempre trovare il giusto equilibrio.

Chi dorme non piglia il counting

Molto spesso mi è capitato di lavorare con colleghi che ogni qual volta proponevo di eseguire un arrangiamento musicale in un semplicissimo 5/4 o 7/8, venivo subito bloccato perché risultava troppo difficile; tutte le volte che si presentava questa situazione non potevo che rispondere con un’affermazione che ho ormai stampato nel DNA: ”se sai contare sino a quattro, contare sino a cinque è solo un numero in più”. Ed è qui che sorge la problematica: la maggior parte dei musicisti e dei cantanti non contano!

La causa primaria è sicuramente la pigrizia, perché sono abituati ad avere qualcuno che lo fa per loro: il batterista.

Da sempre la batteria è considerata la portatrice del tempo, colei che accompagna il brano e la melodia colorando i brani attraverso il ritmo. Questo però poteva andar bene sino agli anni 70. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una continua contaminazione tra generi che ha portato i musicisti e di conseguenza la musica a richiedere livelli di preparazione sempre più alti. Eppure, anche nel 2019, il tempo viene ancora sacrificato, e i ritmi sono sempre gli stessi con variazioni abbastanza lineari.

Non è raro infatti che i batteristi vengano visti in malo modo quando osano variare gli accenti o eseguire fill complessi. I poliritmi poi sono off-limits! La scarsa volontà di mantenere mentalmente il counting limita l’espressività di molti miei colleghi, portando ad un piattume generale del fluido temporale che contraddistingue un brano, nonché alla frustrazione di molti musicisti.

Su questo aspetto dovremmo imparare dai nostri amici dell’India, dove la concezione del ritmo è estremamente articolata e risulta essere un elemento peculiare dei Raga. Nelle performance di musica indiana infatti capita spesso di poter sentire assoli di tabla o accompagnamenti ritmici molto complessi, dovuta a frasi molto lunghe anche di 8/4 o 16/4, talvolta suddivise in cellule irregolari, lavorando magari in una subdivisione in 7/8 o 5/8. Questa complessità è il frutto di uno studio meticoloso del tempo ed è possibile anche perché il solfeggio ritmico e il counting sono materie di studio molto importanti, talvolta più importanti della melodia, ed ogni strumentista sente il dovere di approfondire per poter essere libero di esprimersi al meglio.

Tabla & Sitar – Indian classical musicians

Rivolgendomi ai non-batteristi mi permetto di dare un consiglio per migliorare il proprio counting: contate ad alta voce la pulsazione del brano. Ai cantanti invece consiglio di fare un po’ d’indipendenza e scandire il tempo con il piede. Fraseggiate anche suddivisioni irregolari come le quintine e settimine in modo da padroneggiare al meglio il vostro strumento e incrementare la vostra percezione del tempo.

Ai più temerari ed amanti delle improvvisazioni lascio un esercizio che ho utilizzato con un mio collega: durante l’improvvisazione chiamate a voce dei cambi di tempo. Quindi, mentre improvvisate ad esempio su un 4/4, se gridate ai vostri colleghi “5/8” oppure “13/16” la battuta successiva dovrà essere eseguita con la nuova divisione. È una cosa da pazzi, ma almeno vi divertirete, e dopo un primo momento di degrado diventerete poco alla volta dei veri padroni del tempo.

Vuoi saperne di più su questo particolare argomento?
Chiedi consiglio direttamente all’autore dell’articolo!
Scrivi a info@altrefrequenze.it