Il bigino dell’ARRANGIATORE: 
come si ELABORA una parte per lo studio di registrazione

Lavorando con uno studio di registrazione, un produttore, un editore (o la propria band) il primo passo per immergersi nell’elaborazione di un brano è capire esattamente qual è la direzione musicale – ed editoriale – dell’opera. Una volta tracciata la rotta si può partire.

Da compositore e polistrumentista il mio approccio è sempre diverso: può capitare di lavorare ad elaborazioni orchestrali, trascrizioni per piccoli gruppi, arrangiamenti per band o produzioni elettroniche; mondi diversi, ma sempre di musica si tratta e quindi l’importante è acquisire una metodologia di lavoro.

Spesso mettere mano allo strumento per cui devo scrivere mi permette di avere bene in mente quali sono le difficoltà di scrittura ed il genere a cui devo attenermi, altre volte sono già sicuro di cosa andrò a fare e lavorerò subito alla partitura.

Sono tanti i parametri di cui tenere conto per un intero arrangiamento o per una parte di un mix preesistente, quindi avere la comodità del riscontro sulla carta è importante.
La partitura ci permette di capire cosa accade in ogni momento del brano per gestire il materiale musicale e gli interventi che vogliamo aggiungere. Sebbene sia quasi caduta in disuso, resta una risorsa importantissima; non pensate che le grosse produzioni che ascoltate abitualmente non ne facciano uso: un conto è quello che si racconta, un altro è come si lavora.

La scrittura musicale deve affiancarsi ad un preciso lavoro di analisi: questo è il nucleo del metodo.
Analizzare un brano significa scomporlo nelle sue principali caratteristiche musicali: ritmo, armonia, forma e stile.
Individuare il tempo metronomico e la suddivisione di battuta sono le prime cose da fare per ottenere informazioni sul ritmo.
L’analisi armonica mostra il percorso del discorso musicale: i punti di minima e massima tensione, ed il rapporto tra le parti; informazioni importanti anche per i batteristi.
Eh sì, non dovete essere intonati, ma siete parte integrante del dialogo musicale!

Identificare la forma serve a comprendere la macrostruttura del brano; il susseguirsi dei momenti musicali aggiunge informazioni al percorso ritmico-armonico.
Lo stile infine influenza la scelta della scrittura e dello strumento: si tratta dell’ultimo dettaglio necessario per presentare un lavoro curato e minuzioso.

A questi elementi principali si aggiungono le accortezze per ogni strumento. Ancora una volta l’organologia, lo studio dell’orchestrazione e la teoria musicale sono d’aiuto per lavorare al meglio. Ogni parte scritta va verificata allo strumento.

L’ultimo passo è la realizzazione.
Che sia in studio, a casa propria, con strumenti reali o VST e MIDI, la registrazione deve essere l’ultimo passo di un percorso ben congegnato: bisogna arrivare alla ripresa con la versione definitiva del lavoro e le idee chiare; questo assicura efficienza e rapidità.

Arjen Lucassen, polistrumentista e compositore olandese, genio del Progressive

L’importante per l’arrangiamento sono lo studio e l’esercizio. Studiare l’armonia – in tutte le sue declinazioni, classica, moderna, jazzistica, perfino dodecafonica – è il primo passo per gestire tanto una linea melodica quanto un insieme di strumenti. Allo studio dei manuali vanno affiancati degli ascolti attenti ed un lavoro di trascrizione: questi sono gli elementi per affinare le proprie capacità di analisi. 

Esercitarsi allo strumento – o agli strumenti; questo è il mio caso – è importante ai fini della registrazione tanto quanto della facilità di scrittura dell’arrangiamento; ma vale al pena di esercitarsi anche sull’elaborazione: prendere un brano edito che conosciamo bene e cambiarne lo stile, il ritmo, o ancora le armonie e la struttura sono esperimenti divertenti che ci permettono di essere sempre più consapevoli del lavoro di scrittura.
Poi se esce una schifezza ci saremo fatti due risate!

PS. Se vuoi approfondire l’argomento partecipa al workshop dedicato che si terrà presso lo studio di registrazione AltreFrequenze di Brescia!


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Umano, TROPPO umano. 
L’ELETTRONICA ci rende conduttori o condotti?

La letteratura e la cinematografia fantascientifiche ci portano a riflettere sul ruolo della tecnologia nelle nostre vite. Mondi distopici in cui le macchine prendono il sopravvento, atmosfere post-apocalittiche che dipingono un mondo in lotta con le intelligenze artificiali; sono poche le rappresentazioni di una pacifica convivenza in cui creatori e creature cooperano.

La Musica dimostra il contrario.
L’uomo coopera con le macchine, interagisce e crea con loro. Se volessimo delineare una sorta di discendenza dell’Arte avremmo la chiara percezione del fatto che l’uomo non crea solo opere, ma plasma il suo futuro, crea ciò che lo aiuta a creare. La trovo un’immagine sublime in grado di rappresentare il cuore profondo dell’Arte, un perpetuum mobile autonomo, che come la scienza – secondo le linee dei saperi cumulativi – si espande in continuazione come l’universo in un incessante effetto domino di flusso creativo.

Quindi l’elettronica ci fa conduttori o ci rende condotti? Né l’uno, né l’altro. Nell’atto creativo l’elettronica ha la nostra stessa responsabilità e ci è fedele compagna, perché ogni oggetto elettronico ha in se lo scopo primario per la sua costruzione: ampliare le nostre possibilità tecniche, espressive e percettive. Esempi di questa meravigliosa simbiosi si ritrovano in numerosi casi storici in cui i compositori o i musicisti si affidano completamente alle macchine per la creazione o ne adottano i linguaggi.

In un mio recente elaborato per il Conservatorio mi è capitato proprio di indagare su queste figure. Il compositore greco Iannis Xenakis elabora la musica algoritmica, un particolare caso di musica aleatoria in cui il compositore non crea l’opera, ma definisce con un algoritmo il meccanismo con cui un calcolatore realizzerà la composizione. Gyorgy Ligeti, Krzysztof Penderecki, e ancora Xenakis utilizzano la scrittura a fasce sonore che imita i sistemi di sintesi granulare.

La corrente minimalista sorta negli ambienti dell’arte contemporanea negli anni ’60 aveva lo scopo dichiarato di avvicinare gli ascoltatori agli ambienti delle avanguardie, ma di fatto andava ad imitare i sistemi di duplicazione dei sequencer inventati in quegli stessi anni.

Questa sorta di mutua esplorazione in cui i musicisti ed i compositori adottano la prospettiva delle macchine, e le macchine assistono la creazione artistica ha raggiungo i risultati più alti nelle moderne produzioni e con le novità strumentali.
Lavorare con i computer e con le DAW, con il protocollo MIDI e le nuove superfici di controllo ha snellito il lavoro – anche in termini di pesi ed ingombri. Usare una Seaboard o un Haken Continuum oggi permette di controllare un’infinità di parametri con un solo tocco, e più la tecnologia avanza in direzione dei controlli ergonomici ed organici più si avvicina agli strumenti reali.

Mi capita spesso di parlare con musicisti classici che si oppongono all’elettronica, e messi di fronte all’evidenza tutti restano spiazzati.
L’esempio che faccio è questo: un sintetizzatore è uno strumento come tutti gli altri, ma a differenza del controllo multiasse-ipersensibile-ergonomico che è l’arco per il violino, o il fiato per legni ed ance, ha un sacco di pomelli che ricreano le stesse variazioni timbriche.

Rick Wakeman con il suo castello di tastiere che dialoga con l’orchestra nella sua opera “Journey to the center od the Earth”

Il punto è che non ci dovrebbe essere una lotta al progresso; è facile diventare “schiavi” dell’elettronica in musica quanto di qualsiasi processo creativo a cui si decide di sottostare senza prospettiva, senso estetico ed autocritica.

Prendere ogni mezzo a disposizione per creare è quanto di più naturale ci sia, è vivere pienamente il proprio tempo senza anacronismi, plasmare nella più totale libertà.


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Lavorare con il compositore: a cosa deve essere pronto il turnista.

Quanti di voi musicisti ricordano le prime esperienze con i propri gruppi? La sala prove, le ore passate a rivedere la struttura dei brani perché qualcuno non ha avuto il tempo di guardarsele a casa per via della verifica di matematica da preparare. Che bei momenti!

In ambito professionale però, se si lavora come turnista, tutto ciò è assolutamente da evitare.

La mia carriera musicale si è svolta prevalentemente come esecutore per compositori, e questo esige un’ottima preparazione tecnica: maggiori sono le conoscenze del compositore, maggiore è lo studio richiesto. Può sembrare un’ovvietà, ma un batterista che voglia fare di questo la sua professione deve essere preparato ad ogni genere, e la sua versatilità sonora – nonché la sua capacità di adattamento – deve essere molto ampia.
Ma attenzione: il compositore nella maggior parte dei casi non è un batterista! Questo porta a una serie di problematiche che è giusto prendere in considerazione.

La prima cosa da fare è cercare di trovare un linguaggio comune, tale da poter permettere ad entrambe le parti di comunicare in maniera efficace. Quante volte ci siamo sentiti dire: “ehi, fammi un tempo tipo tum cha tum-tum cha”, oppure: ”ehi, secondo me ci starebbe un passaggio tipo tum tum tum tum e finisci sul crash”.

Ragazzi, facciamo un minuto di silenzio…

Ovviamente non è necessario che facciate un corso di rudimenti e di stili ad ogni compositore che incontrate, però cercate di capire quali sono le sue conoscenze e i suoi riferimenti e di conseguenza adattate il vostro linguaggio, altrimenti rischiate di avere inutili discussioni semplicemente per l’utilizzo di termini diversi.

Un altro problema in cui potreste imbattervi è l’impossibilità tecnica di poter eseguire alcune parti: ebbene sì signori compositori, non siete perfetti. Questa non è una scusa per non imparare parti complesse, non fate i pigri! Può capitare che ci venga richiesto di eseguire un suono che non è propriamente riconducibile ad un elemento della batteria, e qui è necessario far valere l’esperienza allo strumento per trovare una soluzione!

Qualche anno fa mi è capitato di dover registrare un brano per un artista che voleva un rullante sporco che sembrasse elettronico. Sappiamo bene che non esiste rullante acustico con comportamenti simili a quelli delle drum machine, dunque mi sono ingegnato con un trucchetto che molti grandi batteristi adottano: ho preso un piccolo splash e l’ho appoggiato sul rullante, ho aggiunto uno straccio attorno al cerchio che appoggiasse sul bordo della pelle in modo da asciugare il suono ed ho allentato la cordiera per avere più componente di rumore da elaborare in fase di mix. In questo modo sono riuscito a soddisfare pienamente la richiesta che mi era stata fatta.

C’è da dire che, al di la di richieste che aleggiano nella fantascienza, dovremmo essere noi i primi a vedere le difficoltà come una sfida per poterci migliorare e diventare ogni giorno dei professionisti sempre più competenti. Mai lasciarsi andare di fronte agli ostacoli!

Questo percorso mi ha permesso di crescere tecnicamente, avvicinandomi a generi dove solitamente la batteria non è contemplata, ottenendo risultati sorprendenti ed interessanti.
Auguro ad ogni lettore che suona o si sta avvicinando alla batteria di voler intraprendere questa strada in cui non si smette mai di imparare ed ogni lavoro è sempre qualcosa di nuovo.

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Come sedurre un’etichetta discografica

Che tu sia un cantante solista con un progetto acustico o un metallaro con un album indemoniato, il quesito è sempre lo stesso: come trovo un’etichetta che creda in me?

Ogni giorno, nel mondo, un gruppo musicale esulta per aver finito di registrare il suo primo EP, mentre un altro gruppo si deprime per l’apparente decisione del mondo discografico di chiudergli tutte le porte in faccia senza nemmeno una mail di notifica.

Già, perché ormai è difficile pure farsi rispondere a una mail. Uno passa anni a studiare uno strumento, a selezionare gli elementi con cui costruire un progetto, a discutere su accordi, battute, parti vocali, a creare musica inedita e a cercare date nei locali fin quando, alla fine, nessuno ti risponde alle mail.

Ma è possibile racchiudere tutte le ambizioni di una vita in una mail?

Ultimamente ci ha chiesto un’opinione a riguardo un’artista che, sfornato il suo primo EP autoprodotto, voleva un consiglio su come presentarsi a quell’etichetta inglese tanto ambita dai musicisti del suo genere. Il nostro consiglio finale, studiata la situazione, è stato quello di recarsi alla sede della società  (a Londra) e fermare sfrontatamente un membro del team per infilargli il disco tra i denti. Di certo cosi avrebbe lasciato un segno nella sua memoria (e nella dentiera). Un metodo abbastanza old school, ma col suo fascino.

La verità è che non esiste un metodo GIUSTO per farsi notare da una realtà discografica. Sarà anche perché di realtà discografiche, oggi, ne esistono tante. Ci sono quelle storiche, le major, che stanno in cima all’Olimpo a dettare le regole del gioco e ci sono le indipendenti (di varie dimensioni) che fanno il grosso del lavoro sporco per un millesimo degli ascolti.

Per quanto riguarda gli artisti, abbiamo già parlato delle loro responsabilità nell’articolo Ecco perché non basta fare buona musica con l’intento di ragguagliarli su ciò che è necessario fare per ritagliarsi uno spazio nel mondo musicale odierno, sempre più guidato dal web marketing.

A tal proposito verrebbe da formulare una domanda/risposta al quesito iniziale in questi termini: se, voi artisti, foste i titolari di una casa discografica, cosa vorreste trovare in un emergente?

Prima di tutto il prodotto: contattare un’etichetta è un passo importante per la propria carriera quindi è meglio non giocarsela con i primi inediti ma guadagnare consapevolezza di se stessi e della propria musica prima di sottoporsi all’attenzione di qualcuno di importante. La prima impressione, è decisiva.

Diretta conseguenza di ciò, l’immagine: nessuno ormai può negare l’importanza della presentazione. Ricercare il proprio look e fare delle scelte per caratterizzare la propria presenza scenica è fondamentale. Paradossalmente la maggior parte degli artisti emergenti non prende decisioni a riguardo. Se credete ancora che i grandi del passato non curassero l’immagine, credete male.

Diretta conseguenza 2, la comunicazione: i profili social sono il biglietto da visita per eccellenza, soprattutto nel mondo dell’intrattenimento. Non basta utilizzarli come vetrina per pubblicizzare l’uscita dell’album; i fans acquistano le persone prima dei dischi.

Diretta conseguenza 3, la dinamicità: farsi notare da una bella realtà discografica è più semplice se, prima, si è già stati notati da tante altre persone. Nonostante i compensi per la musica live siano davvero ridicoli (ben accetti gli sfoghi degli artisti nei commenti), vale la pena conoscere a fondo le dinamiche della propria nicchia di mercato e  poi programmare un calendario di date e una serie di eventi ai quali esclamare “noi ci siamo”! All’inizio sarà difficile ma individuato il proprio pubblico il grosso è fatto.

Insomma, tralasciando le competenze in economia e marketing che dovrebbe avere un professionista del settore, ci sono degli elementi che, di sicuro, renderebbero un progetto molto appetibile al mondo (dell’economia) musicale.

Tornando quindi nelle vesti del discografico la scelta pare ora più semplice: investo su un artista emergente X che mi offre un EP interessante o su un artista emergente Y che mi offre un EP interessante e una fan base da 200k potenziali clienti già innamorati?

6 virtual instruments indispensabili

La musica ed il processo per la sua creazione sono in continua evoluzione e, se così non fosse, probabilmente non sarebbe tanto divertente lavorarci. Abbiamo parlato, nell’articolo precedente, del mix In The Box in quanto modalità di lavoro ormai super diffusa e interamente basata sul digitale, ed ora vogliamo portare l’attenzione sugli strumenti più utilizzati da chi la musica la crea, sempre in digitale.

I beat-maker da sempre giocano con gli strumenti virtuali e, da quando l’era digitale è diventata il presente, sono infiniti i suoni che si possono creare e riprodurre, e sono infiniti i dispositivi dedicati a questo divertente lavoro.

Dagli emulatori di chitarre a quelli delle percussioni, dai suoni di intere sezioni di archi a quelli dei flauti asiatici più ricercati, praticamente qualsiasi strumento oggi è ricreabile in una Digital Audio Workstation (come ad esempio Logic Pro, Cubase, Pro Tools etc). Grazie ad enormi librerie di suoni campionati e suonati in MIDI (Musical Instrument Digital Interface, ovvero il protocollo standard per l’interazione degli strumenti musicali elettronici) è sufficiente selezionare lo strumento che si vuole suonare e disegnare le note in una griglia.

Credeteci, è più facile farlo che spiegarlo.

Piano Roll Editor- strumento per la gestione delle note MIDI in Apple Logic Pro

Insomma, ogni rettangolino che vedete nell’immagine qui sopra corrisponde a un suono ed è caratterizzato da un’intonazione, una durata, un’intensità e un insieme di altre peculiarità. Il tutto creato in digitale, senza nemmeno sfiorare uno strumento musicale reale.

Già… affascinante.

Con un pò di consapevolezza e di know-how  è possibile creare arrangiamenti di qualsiasi tipo e per qualsiasi genere musicale.  Oltretutto ci hanno pensato le case produttrici (come Apple o Steinberg) a fornire di default un pacchetto di suoni preconfezionati inclusi nei software, così da attrezzare anche i neofiti degli strumenti per sperimentare e iniziare a creare. Ne sono un esempio i rinomati Apple Loop, ovvero pattern musicali pre-registrati, divisi per categorie (Rock, Electronic, Beats, Acoustic, Ensemble etc), che chiunque può utilizzare per aggiungere rapidamente frasi di pianoforte o synth, parti ritmiche e altri pattern musicali a un progetto.

Libreria di Apple Loop – disponibili in sia in Garage Band che in Logic Pro

Potendo esprimere un’opinione in merito, anche grazie alle ultime collaborazioni con BIGBIZ Studio in fatto di produzioni (e con loro si intende produzioni fatte a regola d’arte), uno degli strumenti virtuali indispensabili, utilizzato nella maggior parte delle produzioni moderne è il Native Instruments Kontakt della Native Instruments. Al suo interno possono essere caricate infinite librerie e noi ne abbiamo scelte 6, degne di nota per qualità dei suoni (grazie all’altissima frequenza di campionamento) e per la notevole versatilità e facilità di utilizzo:

  • Alicia’s Keys Piano (Native Instruments): che sia una produzione classica o moderna, un buon pianoforte è uno strumento a cui difficilmente si può rinunciare. Questo piano incarna un suono soul che è marchio di fabbrica dell’artista americana al quale è ispirato, i campioni che lo compongono provengono infatti dal pianoforte a coda Neo Yamaha C3 di proprietà di Alicia Keys. Se è riuscito a soddisfare i suoi standard professionali come può non essere una valida scelta anche per noi?

  • Abbey Road Drummer (Native Instruments): questa serie di librerie “ti permette di viaggiare nel tempo” (cit. N.I.), grazie a una serie completa di kit con sonorità che vanno dal 1930 ad oggi. Se programmate con attenzione, non chiedendo allo strumento eccessivi virtuosismi, possono ricreare la magia di una vera batteria registrata nello studio più famoso del mondo. Molto utili sono l’Advanced Mixer Section e la Groove Library che permettono di creare il suono più adatto ad ogni tipo progetto grazie ad una vasta gamma di effetti (dal saturatore del nastro ai riverberi) e utili preset.

 

  • Urban 808 (The Producers Choice): in produzioni che necessitano di suoni percussivi elettronici, una classica Roland 808 non può mancare. Questa libreria emula a tutti gli effetti la rinomata drum machine, sfruttando tutta la versatilità offerta dalla DAW. Partendo dai campionamenti più puliti fino ad arrivare a preset più distorti e compressi, sono disponibili suoni davvero affascinanti (e pronti all’uso!).

  • Scarbee Bass (Native Instruments): è come avere a disposizione un arsenale con tutti i più famosi bassi elettrici: Music Man, Rickenbacker, Fender Precision e Jazz Bass. È possibile scegliere come suonare (dita, plettro oppure slap), e aggiustare il suono con effetti come la saturazione del nastro, l’equalizzatore e il compressore. Si dice che lo strumento più importante in una arrangiamento sia il basso… beh qui c’è l’imbarazzo della scelta.

  • Session Strings (Native Instruments): la qualità di una intera sezione di archi pronti all’uso con una semplicità disarmante e un’estrema flessibilità. Campionati per trasmettere tutto il feeling del legno e delle corde reali dello strumento classico, ma consentendo di soddisfare le esigenze di creazione delle sonorità per le produzioni più ricercate. Riproduce magnificamente anche la transizione tra le note, aggiungendo un tocco veramente umano a qualsiasi digi-creazione.

  • Exhale (Output): un instrument molto particolare che trasforma campionamenti vocali in altri suoni ed effetti. I campioni hanno caratteristiche atmosferiche e percussive, con molti preset che suonano più come synth che come voci. Se state cercando una sonorità speciale per il vostro prossimo brano, questa potrebbe essere la soluzione che fa al caso vostro.

 

Inutile sottolineare che ogni “producer” (scusate le virgolette ma, in ambito musicale, questa termine ha preso ormai troppe sfaccettature) ha un proprio stile e quindi sarà particolarmente dedito ai suoi abituali strumenti di lavoro.
Se è, però, un pò di sana sperimentazione quella che state cercando vi consigliamo caldamente di giocare con questi virtual instruments, decisamente affascinanti e tutti da scoprire (o forse ri-scoprire)!

 

 

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