ANTICA DISCOGRAFIA DEL CORSO: Supertramp – From Now On

Anno 1977.
Nel mondo sta dilagando il Punk.
Ma nel Regno Unito c’è un gruppo che prosegue dritto per la sua strada, ed alla violenza di questo nuovo genere contrappone una classe che ha sempre contraddistinto la propria musica: mi sto riferendo ai Supertramp.

Band molto controversa nel panorama inglese, che ha rifiutato il continuo paragone con i Beatles, e che – a mio parere – ne sarebbe comunque uscita vincitrice. Ha firmato dei successi indimenticabili ed ha segnato un modo di fare musica che pian piano andrà perdendosi.

From Now On è il brano di oggi: il pianoforte è il regnante indiscusso nella loro produzione, e qui, alla stregua di una chitarra, dirige i lavori con un riff che spiazza già dal primo ingresso, per poi cambiare registro ed accompagnare la voce con il resto del gruppo, fino alla sezione finale in crescendo a recuperare la scrittura iniziale.

La rubrica sotto l'ALBERO: Antica DISCOGRAFIA del corso.

Natale, un tripudio di luci, colori e regali. Festeggiamo la santissima trinità del consumismo: Enel, Bartolini (oppure SDA, UPS, a seconda delle preferenze) e Amazon.

E siccome uno dei momenti più tragici arriva alla scelta dei regali, di seguito proponiamo una serie di ascolti propizi per le festività che oltre a guarnire i vostri festeggiamenti possono diventare delle ottime idee regalo.

Non aspettatevi il solito disco di Bublé appena rispolverato dalla naftalina, ce n’è per tutti i gusti!

Come sempre di seguito trovate i titoli in ordine cronologico con un breve trafiletto a illustrare le opere. Un click sul titolo, cuffie e buon ascolto!

Carl Orff – Carmina Burana

Opera monumentale del compositore tedesco che riprese un’omonima raccolta di canti medievali e la orchestrò completamente. Alcuni dei brani del corpus sono diventati iconici e conosciutissimi, primo tra tutti il Fortuna Imperatrix Mundi, prologo dell’intera opera.

Olivier Messiaen – Quartetto per la Fine dei Tempi

Opera densa di significato e di spunti musicali. Messiaen scrive questo corpus mentre è prigioniero in un campo di concentramento tra il 1940 ed il 1941 e lo scarica di simbologie per mezzo del suo linguaggio musicale fatto di rimandi matematici e sistemi a trasposizione limitata, musica indiana e ricerca contemporanea. 

John Cage – Sonatas & Interludes for Prepared Piano

Avrò citato Cage un numero infinito di volte nei miei articoli e non poteva mancare qui. Non è un disco di Natale, ma le sonorità del pianoforte preparato sanno essere intime ed aliene allo stesso tempo. Trovo questi lavori di una delicatezza incredibile: più che adatti ad una serata invernale.

Clara Rockmore – The Lost Theremin

Clara Rockmore è stata la più famosa thereminista della storia; poté studiare con Leo Theremin, scrisse un manuale sullo strumento e diede vita ad un seguito incredibile. Qui è riportato questo suo lavoro pubblicato postumo ed interpreti come Lydia Kavina, Pamelia Kurstin (che faceva del walking bass col theremin), e Carolina Eyck hanno fatto tesoro della sua eredità.

Tool – Lateraus

Altra opera magnificente che non teme il confronto nemmeno con la letteratura di poemi sinfonici ed affini della musica accademica, tanto da offrire infinite citazioni di compositori della contemporaneità come Stockhausen, Ligeti, Bartok, ed altri esempi di illustre letteratura.

Jethro Tull – The Jethro Tull Christmas Album

Disco datato 2003 per un ritorno in grande stile dei Jethro Tull con la ripresa di brani della tradizione e nuove canzoni della formazione capitanata da Ian Anderson. Il disco trasuda Natale e festività invernali senza ombra di dubbio. Un’uscita imperdibile per i fan.

Six A.M. – The Heroine Diaries Soundtrack

Il collegamento con le festività natalizie è dato dal primo brano, con una tipica carola che assume una dimensione grottesca, adatta ad una storia quasi surreale come quella di Nikki Sixx. Un disco davvero interessante, cantato dalla voce calda ed espressiva di James Michael.

Aviva Omnibus – Nutcracker in Fury

Siamo in Russia, ed il progetto è di Dimitri Loukianenko. Si tratta di una rilettura dello Schiaccianoci di Tchaikovskij in chiave progressive-elettronica, molto simile al lavoro fatto dagli ELP con i Quadri ad un’esposizione di Mussorgskij. Qui ci sono sonorità graffianti, temi variati e maltrattati per un risultato davvero impressionante.

Arjen Lucassen – Lost in The New Real

Epopea fantascientifica per il compositore Olandese alla guida del progetto Ayreon. Il disco in oggetto è una produzione dove figurano diversi musicisti e cantanti già visti con gli Ayreon, ma qui impegnati in un Side A inedito, mentre un Side B di cover riviste dall’eccentrico chitarrista: da mozzare il fiato.

Ernesto Hill Olvera – Ernesto Hill Olvera y el Organo Que Habla

Per tastieristi e sound-designer che vogliono fare un tuffo nelle più assurde possibilità strumentali c’è questa chicca che vedeErnesto Olvera ricreare i formanti vocalici ed i transienti consonantici con l’organo hammond. In breve: QUEST’ORGANO CANTA! [si consiglia il confronto con i testi dei brani n.d.a]

Darkened – Spiritual Resonance

Già presenti nella nostra rubrica estiva, i Darkend hanno assestato un altro colpo notevole con Spiritual Resonance: un disco molto curato e di grande impatto emotivo; decisamente indicato con una tazza di tè bollente sotto una coperta vicino al camino.

Vi state chiedendo perché non ci sono i tipici dischi di Natale? Perché non c’è del jazz? Perché manca Bublé?
Ma davvero ne volete sentire ancora parlare?!

A Natale siamo tutti più buoni, anche la selezione musicale: almeno non c’è il reggaeton!

Singolo o doppio? L’eterna lotta a colpi di pedale!

“No, ne basta uno per fare tutto quello che mi serve”, “senza come faccio andare veloce?”, “per il genere che faccio non me ne faccio nulla”, oppure “io il doppio lo uso sempre”…

Tra i vari dibattiti filosofici che impegnano la mente di noi batteristi, quello del singolo o doppio è sicuramente nella Top 5 dei più accesi. Una “problematica” che si divide in amore e odio, delineando molto chiaramente le due fazioni e, purtroppo, distinguendo in quali generi è utilizzabile e quali invece è categoricamente proibito, manco avesse la peste.

Generalmente, quando si pensa al doppio pedale si pensa subito al Metal e tutti i sottogeneri più o meno estremi; al rock, ma non sempre perché i puristi potrebbero fare l’esempio del sempre-nei-nostri-cuori John Bonham, che col suo piedino riusciva a scaricare una mitragliata di note che in confronto il Kalashnikov non era molto di più di una pistola ad acqua, e quindi per rock s’intende il progressive dove tutto è lecito. E poi? Basta! Basta perché nel jazz non è concepibile, nel funk ancora meno, nel pop forse all’interno di una barzelletta. Insomma, stando a vedere, sembra che l’utilizzo del doppio pedale sia più che altro una questione di genere musicale.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire perché questo oggetto infernale è stato progettato. Il doppio pedale nasce per un’esigenza puramente pratica: portarsi appresso due casse era alquanto scomodo, e se aggiungiamo le difficoltà di doverle intonare perfettamente e calibrare i due pedali in maniera identica per il buon esito della performance, la faccenda cominciava a diventare davvero complicata. La doppia cassa rimaneva quindi un lusso che solo i big potevano permettersi.

Allora il vero nemico a cui dobbiamo rivolgere il nostro dito accusatore non è il doppio pedale, che non è nient’altro che una conquista tecnologica, bensì la doppia cassa! E chi ha avuto una mente così diabolica da concepire un’idea che ancora oggi porta a numerose battaglie nel mondo batteristico?

La risposta la troviamo intorno agli anni ’30-’40 del secolo scorso nell’idea di un certo Luigi Paulino Alfredo Francesco Antonio Balassoni (ancora una volta noi italiani siamo stati i pionieri), conosciuto con lo pseudonimo di Louie Bellson, un batterista che ha contribuito alla registrazione di circa 200 album lavorando con i grandi della musica, apportando una crescita e un’evoluzione del nostro amato strumento. Provate a indovinare che genere suonava principalmente? Ebbene sì: il Jazz. L’inventore della doppia cassa e successivamente del doppio pedale era un jazzista. Ironico.

Da Louie Bellson in poi la doppia cassa venne vista come qualcosa di necessario per potersi esprimere con soluzioni ritmiche originali, dando un colore che poteva risultare inaspettato ma che caratterizzava il brano.

Tra i grandi artisti che hanno utilizzato la doppia cassa, senza entrare nel contesto metal, potrei citarvi Keith Moon, Ian Paice in “Fireball” e il grandissimo Billy Cobham (vi consiglio di prendere in esame il suo utilizzo ascoltandovi il brano “Quadrant 4”); tra i batteristi più moderni non posso non citare Gavin Harrison che utilizza il doppio pedale anche in contesti meno estremi, come nel funk e nel jazz.

Il punto, caro lettore, è che non esiste il concetto di giusto o sbagliato, ma solo l’utilizzo intelligente; non possiamo permetterci di ragionare per compartimenti stagni perché la storia ci ha insegnato che le cose non stanno così.
Forse è arrivato il momento di disfarci delle etichette e cominciare a valutare ed apprezzare la musica nel suo insieme. Ricordiamoci che i nostri strumenti musicali sono solo dei mezzi, quello che conta davvero sono le idee.

PS. Se vuoi approfondire l’argomento partecipa al workshop dedicato che si terrà presso lo studio di registrazione AltreFrequenze di Brescia!


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Umano, TROPPO umano. 
L’ELETTRONICA ci rende conduttori o condotti?

La letteratura e la cinematografia fantascientifiche ci portano a riflettere sul ruolo della tecnologia nelle nostre vite. Mondi distopici in cui le macchine prendono il sopravvento, atmosfere post-apocalittiche che dipingono un mondo in lotta con le intelligenze artificiali; sono poche le rappresentazioni di una pacifica convivenza in cui creatori e creature cooperano.

La Musica dimostra il contrario.
L’uomo coopera con le macchine, interagisce e crea con loro. Se volessimo delineare una sorta di discendenza dell’Arte avremmo la chiara percezione del fatto che l’uomo non crea solo opere, ma plasma il suo futuro, crea ciò che lo aiuta a creare. La trovo un’immagine sublime in grado di rappresentare il cuore profondo dell’Arte, un perpetuum mobile autonomo, che come la scienza – secondo le linee dei saperi cumulativi – si espande in continuazione come l’universo in un incessante effetto domino di flusso creativo.

Quindi l’elettronica ci fa conduttori o ci rende condotti? Né l’uno, né l’altro. Nell’atto creativo l’elettronica ha la nostra stessa responsabilità e ci è fedele compagna, perché ogni oggetto elettronico ha in se lo scopo primario per la sua costruzione: ampliare le nostre possibilità tecniche, espressive e percettive. Esempi di questa meravigliosa simbiosi si ritrovano in numerosi casi storici in cui i compositori o i musicisti si affidano completamente alle macchine per la creazione o ne adottano i linguaggi.

In un mio recente elaborato per il Conservatorio mi è capitato proprio di indagare su queste figure. Il compositore greco Iannis Xenakis elabora la musica algoritmica, un particolare caso di musica aleatoria in cui il compositore non crea l’opera, ma definisce con un algoritmo il meccanismo con cui un calcolatore realizzerà la composizione. Gyorgy Ligeti, Krzysztof Penderecki, e ancora Xenakis utilizzano la scrittura a fasce sonore che imita i sistemi di sintesi granulare.

La corrente minimalista sorta negli ambienti dell’arte contemporanea negli anni ’60 aveva lo scopo dichiarato di avvicinare gli ascoltatori agli ambienti delle avanguardie, ma di fatto andava ad imitare i sistemi di duplicazione dei sequencer inventati in quegli stessi anni.

Questa sorta di mutua esplorazione in cui i musicisti ed i compositori adottano la prospettiva delle macchine, e le macchine assistono la creazione artistica ha raggiungo i risultati più alti nelle moderne produzioni e con le novità strumentali.
Lavorare con i computer e con le DAW, con il protocollo MIDI e le nuove superfici di controllo ha snellito il lavoro – anche in termini di pesi ed ingombri. Usare una Seaboard o un Haken Continuum oggi permette di controllare un’infinità di parametri con un solo tocco, e più la tecnologia avanza in direzione dei controlli ergonomici ed organici più si avvicina agli strumenti reali.

Mi capita spesso di parlare con musicisti classici che si oppongono all’elettronica, e messi di fronte all’evidenza tutti restano spiazzati.
L’esempio che faccio è questo: un sintetizzatore è uno strumento come tutti gli altri, ma a differenza del controllo multiasse-ipersensibile-ergonomico che è l’arco per il violino, o il fiato per legni ed ance, ha un sacco di pomelli che ricreano le stesse variazioni timbriche.

Rick Wakeman con il suo castello di tastiere che dialoga con l’orchestra nella sua opera “Journey to the center od the Earth”

Il punto è che non ci dovrebbe essere una lotta al progresso; è facile diventare “schiavi” dell’elettronica in musica quanto di qualsiasi processo creativo a cui si decide di sottostare senza prospettiva, senso estetico ed autocritica.

Prendere ogni mezzo a disposizione per creare è quanto di più naturale ci sia, è vivere pienamente il proprio tempo senza anacronismi, plasmare nella più totale libertà.


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Lo show business è diverso, non sbagliato

Facendo un’indagine veloce è molto facile trovare milioni di opinioni negative riguardo lo stato attuale del mondo musicale.

Tralasciamo per un attimo le competenze artistiche e le capacità musicali: la discografia fa parte dello show business, quindi è intrattenimento, proprio come lo sono L’isola dei famosi, Le iene, i palinsesti delle radio e Spotify. Ok, qualcosina di “informazione” c’è, sparso qua e là, ma si parla di una percentuale piuttosto bassa.

Il fatto è che, per molti artisti, la musica nasce da un disagio, da una necessità, da una cosa dentro che non si può spiegare e che ha radici nel profondo dell’animo. Sentirsi affiancare alle veline nelle vesti di intrattenitori non è poi così gratificante quanto può esserlo sentirsi affiancati a Bob Dylan nelle vesti di genio musicale. Eppure, anche lui fa intrattenimento.

Ci sono delle differenze, però, tra i protagonisti del passato e quelli odierni. A livello economico si può dire che i big di una volta facevano, in proporzione, molti più soldi di quelli che vengono fatti oggi. E ne venivano spesi anche molti di più per fare un concerto o un tour. Parliamoci chiaro: nulla di più normale. Solo 70 anni fa la radio iniziava a diffondersi, e seguì a ruota la televisione. Oltretutto si usciva da un periodo difficile per la popolazione mondiale (ben 2 guerre globali in 25 anni, in un periodo in cui la gente era davvero chiamata alle armi) e la voglia di novità e di benessere era molta. La musica esisteva già, ovviamente, ma la sua diffusione in ogni casa permise agli artisti di diventare delle vere icone. D’altronde non c’erano molte alternative: o la loro musica o il calcio o la zappa/catena di montaggio.

Oggi non è più cosi. I fan possono scegliere cosa ascoltare, dove e quando. La scelta è cosi ampia che a volte è quasi una prigione e, infatti, stiamo arrivando al punto di regalare la nostra attenzione a fenomeni mediatici decisamente discutibili, giustificati dalla loro “originalità”, a scapito di chi crea contenuti davvero utili e interessanti.

Ci sono video Youtube virali come quello del ragazzo koreano che mangia (tanto, ma proprio tanto) e conta circa 6.245.144 di visualizzazioni… oppure quello del bambino che gioca con un fidget spinner (ha solo 8 anni) e che conta circa 21.643.376 di visualizzazioni. Si potrebbe andare avanti e la lista si farebbe via via più “curiosa”!

Insomma, oggi la gente cerca qualcosa che è difficile da categorizzare. Cioè, se chiedi a qualcuno quando gli interessa guardare un tipo che mangia, di sicuro risponde “perché mai dovrei guardarlo?” eppure poi i numeri cantano.

Spiegarsi il fenomeno che ha portato lo show business ad essere guidato dall’immagine (in ogni sua forma) è abbastanza semplice: il nostro cervello ragiona per immagini. Nel momento stesso in cui pensiamo a qualcosa, lo stiamo vedendo (anche solo mentalmente).

Ecco perché ha spopolato facilmente MTV. I videoclip davano un volto e una storia alle canzoni e, di conseguenza, il nostro cervello non aveva più bisogno di inventarsi nulla. Immagini pronte da associare a quella melodia, a quell’artista e a quelle emozioni. E da lì poi veniva alimentato il bisogno di appartenenza al gruppo di pari e quindi si sono alimentate le mode e di conseguenza i cloni e così via. Si è arrivati perfino ad abituarsi solo a ciò che si vede o sente in tv/radio, tanto da non riconoscere più la versione “reale” delle cose. Vedi l’articolo: Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

Quello che la maggior parte dei player nel mondo musicale dimentica è che, in quanto settore dell’intrattenimento, anche i cantanti devono saper giocare con l’originalità. Non basta più saper cantare o suonare, ci sono troppe persone al mondo capaci di farlo. Oggi quante belle voci si possono trovare su Youtube? Cioè, non fraintendeteci, il piacere di ascoltare un bel suono (proveniente da qualsiasi strumento) resta una delle più gradevoli sensazioni conosciute all’essere umano, ma questo dipende anche (o meglio soprattutto) dalle associazioni fatte (anche inconsciamente) dal nostro cervello. Qui approfondiamo l’argomento: La musica è droga per il nostro cervello.

Quindi va bene la bella voce, ma non bastaCerto, su una popolazione di circa 7 miliardi di persone, una fan base di qualche milione non è rappresentativa dell’interesse collettivo globale, infatti gran parte delle visualizzazioni online sono date da un pubblico che va dai 7 ai 25 anni. Il fatto è che pubblicare un video su Youtube fatto col cellulare costa veramente poco e, azzeccato il contenuto, può raggiungere tante persone in pochissimo tempo. È per questo che gli artisti di oggi si impegnano cosi tanto a fare le stories su Instagram: se ognuna viene vista da 250mila persone in 24 ore (su una fan base di 3 milioni) significa che gli sponsor non tarderanno ad arrivare e che, in cambio di contenuti costanti, porteranno soldi costanti (e non pochi!).

Tutti coloro che credono ancora nello stand da 15mila euro alla Fiera dell’Artigianato (convinti sia una mossa da top player del settore) solo perché, in 10 giorni, ci passano 3 milioni di persone dovrebbero forse rivedere l’esponenzialità del loro business? Il ROI è davvero così alto? Non è che la maggior parte delle affluenze sono famiglie che la vedono come un’alternativa simpatica al parco giochi sotto casa o al giro in centro?

Insomma, tornando alla musica, c’è poco da opporsi al sistema discografico perché, volente o nolente, è guidato da meccanismi economici. Lo show business deve intrattenere e, più persone intrattiene, più sta funzionando bene, giusto?

Viene da chiedersi se valga la pena costruirsi una carriera basata sul concetto di “musica come arte” quando di veramente artistico, nello show business, ci sono solamente i nuovi modi per fare soldi.