Come migliorare i propri brani inediti

Far parte di un progetto il cui unico scopo è scrivere brani inediti è sempre un’esperienza meravigliosa e per certi versi educativa.

Capita spesso però che l’entusiasmo e l’adrenalina prendano il sopravvento e nella foga di scrivere i brani si perda il punto focale, ovvero quello di comunicare.

Tutti noi musicisti, specialmente nelle prime esperienze, abbiamo composto brani cercando di inserire il maggior numero di nozioni teoriche, cercando di mettere in mostra tutta la nostra dedizione allo studio.

I chitarristi durante i soli sguinzagliano le proprie dita, lasciandole libere di eseguire quante più note possibili.

I bassisti sempre pronti a buttarci parti in slap, tapping e ghost notes come se piovessero.

I batteristi si disarticolano per creare groove improbabili e altrettanti fantascientifici fill.

I cantanti con le corde vocali sguainate smitragliano vocalizzi a più non posso.

Alla fine dell’ipotetico brano l’ascoltatore sarà travolto da tecnicismi incredibili, ma poi? Poi nulla!

Innanzitutto la musica è una forma d’arte attraverso la quale è possibile comunicare qualcosa al di là della profondità del messaggio, ma questo deve essere chiaro e ben argomentato, un po’ come quando si instaura un discorso.

Un consiglio che mi permetto di dare è certamente quello di partire da un’idea. Questa non dev’essere necessariamente musicale, ma potrebbe benissimo essere una frase letta in un libro, qualcosa visto in un film o una serie tv, un fatto di vita: qualsiasi cosa. Da questa idea si cerca di capire che cosa o che messaggio far trapelare.

L’ideale è sempre e comunque munirsi di un foglio per poter schematizzare tutto ciò che emerge dal nostro Brain Storming.

Non appena deciso il tipo di messaggio da passare bisogna capire quale sia il mood più efficace per il brano: capire se la canzone sarà una ballad, ritmata o aggressiva, cupa o altro è un buon modo per canalizzare il flusso creativo, ottimizzando il tempo a disposizione.

Attenzione: questo non vuol dire che il brano debba per forza seguire un unico stile. Potrebbe benissimo variare durante il suo sviluppo per dare un maggior senso di dinamicità.

Ora che le idee iniziano a farsi concrete, la stesura dei singoli elementi sarà più simbiotica e maggiormente collaborativa. La creazione sarà subordinata all’argomento scelto lasciando “in secondo piano” i tecnicismi, in quanto saranno solo un mezzo per raggiungere uno status comunicativo efficace e d’impatto.

Seguendo questo schema, paradossalmente riuscirete a scrivere brani più complessi a livello tecnico e sicuramente più innovativi. In fondo è la stessa differenza che c’è tra l’argomentare al momento un discorso e prepararselo a casa.

Ovviamente questi sono solo alcuni piccoli consigli che potrebbero essere utili per poter ottimizzare e migliorare la resa delle vostre composizioni.

Svilupperemo approfonditamente questo argomento all’interno dei nostri percorsi didattici, per cui resta sintonizzato per non perderti i prossimi corsi e workshop!

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Kit di sopravvivenza: conoscere melodia e armonia non uccide

Tra gli enormi vantaggi di suonare uno strumento percussivo come la batteria c’è senza dubbio il sollievo dalle ore di studio passate sull’armonia e sulla melodia.

Già… Forse vent’anni fa!

Oggi giorno un batterista che si rispetti deve non solo conoscere il proprio strumento, ma deve essere in grado di arrangiare, comporre, dare senso alle proprie melodie.

È finito il tempo in cui il batterista, mentre pianisti e chitarristi parlavano di intervalli e tonalità, si perdeva nei meandri del suo pensiero per mancanza d’interesse sull’argomento.

Certo, studiare certe cose richiede molto tempo e potrebbe anche molto noioso. Però potrebbe portare enormi vantaggi sul nostro modo di concepire la batteria.

Se non ne sei convinto ti riporto alcuni esempi di grandi batteristi dallo stile unico che, grazie allo studio di melodia ed armonia, hanno costruito un drumming basato sullo sviluppo melodico del proprio drum set.

Marco Minnemann è considerato uno dei batteristi più ecclettici del momento. Il suo stile è unico ed incredibilmente musicale perché basa il suo drumming su una melodie che ripropone sul drum set.

Danny Carey, batterista dei Tool, crea sezioni ritmiche sfruttando i rudimenti batteristici sui tom, generando linee melodiche che si incastrano perfettamente con le linee di chitarra e basso, generando anche groove del tutto innovativi ed estremamente interessanti.

Tornando indietro di qualche anno troviamo Bill Bruford, batterista dei King Crimson. Amante dei Flam, sfruttava questo rudimento come ricerca sonora e timbrica. Ha concepito la batteria come se fosse un pianoforte, e questo gli permetteva di sviluppare groove e fill elettrizzanti, sfruttando anche il concetto di coordinazione armonica.

Ecco quindi tre batteristi che (insieme a molti altri) hanno in comune la conoscenza della materia melodica armonica, aiutati anche dal fatto di essere polistrumentisti. Essi rappresentano l’esempio di come lo studio di materie non propriamente batteristiche, saggiamente utilizzate, possa servire ad ampliare le proprie performance e migliorare la propria personalità artistica, distaccandosi dal semplice accompagnamento col groove.

I trucchi del mestiere: contare i tempi complessi

Non è una pratica molto diffusa, ma contare è sempre stato il metodo migliore per non perdersi nei meandri del tempo, specie quando quest’ultimo è molto complesso e richiede una buona dose di concentrazione.

Oggi ti presenterò alcuni trucchi che potrebbero esserti d’aiuto per lo studio e per un upgrade della tua performance.

In un precedente articolo abbiamo parlato del counting e della sua importanza nel portare chiarezza nel brano che stiamo studiando. Mi limiterò quindi a ricordarti che contare la pulsazione della battuta è sempre un’ottima soluzione, oltre ad essere un ottimo esercizio.

Ma che succede se hai a che fare con tempi diversi dal 4/4? La prima cosa da fare è stare calmo e cercare di ragionare: supponi di avere a che a fare con un 11/16 (niente panico!) cosa puoi fare?

A prima vista l’istinto ti porterà a prendere un lanciafiamme e dare fuoco alla partitura ma, ahimè, l’acquisto di quest’arma può essere molto dispendioso e forse nemmeno troppo legale. Dovrai quindi arrangiarti in altre maniere: è scontato dire che contare per intero la battuta sarebbe difficile, perciò è conveniente adottare un sistema di scomposizione.

La scomposizione ti permette di dividere la battuta in tempi più semplici, rendendo più facile l’assimilazione della parte e soprattutto più semplice l’approccio a un tempo (o anche un fraseggio) particolarmente complesso. Questo sistema è molto utilizzato dai Tool.

Tornando all’esempio della battuta di 11/16, possiamo dividerla in due battute da 4 e una battuta da 3 (4+4+3=11). In questo modo ci avviciniamo alla nostra comfort zone, visto che le battute o i fraseggi a 4 e a 3 ci sono molto più familiari.

Prendiamo un secondo esempio: 15/16.

Anche in questo caso scarterei la possibilità di contare per intero la battuta. Però puoi pensare al 15/16 come un 5/4 a terzine (infatti se dividi i quarti in terzine avrai 15 movimenti), rendendo il tutto più digeribile.

Ovviamente il sistema di scomposizione può essere molto utile per lavorare con diversi punti di vista. Se dovessi prendere la classica battuta a 4/4, nessuno ti vieta, in fase di creazione o d’improvvisazione, di suddividerla in una battuta da 5/8 e una da 3/8 (5+3=8), una battuta da 3/4 e una da 1/4 (3+1=4) o una battuta da 9/16 e una da 7/16 (9+7=16).

In questo modo avrai la possibilità di creare brani in 4/4 con un groove diverso, oppure di utilizzare questo accorgimento per un solo o un semplice passaggio. Non c’è limite alla creatività!

Attenzione però: non abusare di questo sistema. Il rischio è quello di rivoluzionare l’intenzione del fraseggio, per cui ti consiglio di utilizzarlo con criterio.

IL bigino dell’ARRANGIATORE: 
non conosco questo GENERE

Siamo nel 2019, e si continua imperterriti ad incasellare generi, sottogeneri, correnti tematiche di sottogeneri di nicchia; underground di qui, mainstream di là…

Non se ne può più.

Ho sempre ritenuto che il lavoro del compositore – ed anche quello dell’arrangiatore – potesse facilmente assimilarsi a quello di uno scrittore poliglotta che si permette il lusso di utilizzare la lingua che preferisce per essere sicuro di cogliere al meglio l’essenza di quanto sta trasmettendo con le giuste sfumature.

Lavorando nell’ambito della musica contemporanea e d’avanguardia questo è all’ordine del giorno e proietta ogni lavoro al successivo con una spinta inimmaginabile, animando la ricerca personale, lo studio e l’approfondimento delle tecniche e dei linguaggi.

Questo è ciò che mi permette di aggiornarmi, di sperimentare e di proporre soluzioni che possano assecondare le esigenze di un committente, tanto nella mia produzione, quanto nei lavori in studio. Ed in particolare per questi ultimi – d’altra parte il Bigino dell’Arrangiatore a questo serve – la richiesta principale, sebbene implicita, è un’estrema flessibilità, perché: “siamo nel 2019, e si continua imperterriti ad incasellare generi, sottogeneri, etc…”.

La flessibilità prevede che io sia in grado di fare un arrangiamento gospel oggi, uno indie domani, e tra una settimana passare a del technical-death metal dopo una giornata di quartetto d’archi che registra Brahms.

Challenge accepted!

Si tratta della normalità. Ho sempre percepito la musica come un unico grande flusso che va dal folklore fino ad oggi con tutto quello che i secoli le hanno aggiunto. 

Il merito di questa visione risiede nella lungimiranza dei miei docenti. Ognuno di loro mi ha trasmesso questo pensiero come se fosse la più grande eredità che potesse regalarmi, come se fosse il succo del loro intero percorso di studi. E per quanto mi riguarda è davvero così!

Farsi strada nel flusso del tempo però richiede di essere un companion presente in Doctor Who, o…di essere il Dottore. Dato che sono entrambe ipotesi strampalate ci dovremo affidare alla terza: fornirci di un T.A.R.D.I.S. [Time And Relative Dimension In Space n.d.a.].

La nostra macchina del tempo risiede nelle nostre capacità di analisi, ovvero nella capacità di reperire informazioni in modo funzionale e poterle rielaborare per gli scopi espressivi. Spacchettare un brano nei suoi elementi principali, riuscire a comprenderne le verticalità ed il suo svolgimento nel tempo, arrivare a comprendere come sono stati prodotti certi suoni fa parte di questo. Ora il difficile sta nel mettere tutto insieme.

Il primo consiglio è quello di non porre limiti a nulla. La nostra creatività non ha limiti, le possibilità strumentali, di produzione e post-produzione possono essere estese oltre i limiti stessi dello strumento, ed il mondo sonoro è in continua espansione.

Il secondo consiglio è di studiare ed ascoltare il più possibile, e ricordarsi che non è mai abbastanza. Cercare input musicali e teorici per poter approfondire il più possibile quanto già si conosce. Tempo fa cercavo un gruppo che facesse death-swing, ho googleato e l’ho trovato. Ho cominciato ad ascoltare e spacchettare informazioni dai pezzi – oltre a divertirmi molto perché i Trepalium sono davvero meravigliosi – e così ho imparato cose nuove.

Il terzo consiglio è quello di educarsi al piacere dell’analisi. Considerare la partitura come un’opera grafica è il primo passo per capire che un’analisi su carta è un ottimo metodo per comprendere i meccanismi che regolano un brano. E se la partitura non c’è abituarsi alla trascrizione.

Da ultimo: divertiti a sperimentare!
Cover, inediti, quello che vi pare, ma trasformalo. Applica sistemi strampalati, prova tecniche che non centrano nulla sui brani, gioca con la musica. Non è un caso che in diverse lingue il verbo sia proprio giocare.

Un estratto da Trash TV Trance di Fausto Romitelli

E soprattuto non perderti mai d’animo, perché ogni problema porta con sé una soluzione, ed ogni errore è un calco quasi perfetto del suo contrario. Non sono richiesti superpoteri, ma solo la voglia di buttarsi nel mare infinito delle possibilità musicali, in cui una cosa è certa: il naufragare è dolce…

Come si scrive una CHART? Pt.I – Appunti di semiografia

La chart è uno degli esempi più usati oggi per la scrittura musicale; le troviamo ovunque, sui siti, sui canzonieri, alle volte anche tra i brani inediti delle band: il loro scopo è di fornire una traccia agile per eseguire un brano, tuttavia è mancate di diversi elementi. Ma perché ha preso piede?

Le esigenze esecutive cambiano nel corso degli anni e la scrittura musicale muta insieme ad esse. Ma la chart non è proprio un prodotto della modernità, tutt’altro…

Tornando con un T.A.R.D.I.S a circa 11 secoli fa troviamo i primi esempi di trascrizione musicale che fanno pensare a tutto fuorché quello a cui siamo abituati oggi. Si tratta della notazione neumatica: i neumi sono dei segni che venivano apposti al testo per indicarne andamenti melodici, fraseggi ed articolazioni.

Un esempio di scrittura neumatica

Come per la chart si tratta di un’indicazione dipendente dal testo, che nel canto sacro era l’elemento principale dell’esecuzione musicale. Alcuni cantanti con cui ho lavorato hanno trovato interessante questa scrittura e la utilizzano nelle proprie chart: uno strano incontro tra passato e presente ma che ci da la misura dell’efficacia di questa scrittura.

Circa un secolo dopo la stessa scrittura si accompagnava alla notazione quadrata su tetragramma – antenata della scrittura su pentagramma.

La notazione quadrata spesso aveva indicazioni di tipo neumatico che indicavano articolazioni o tempo dei fraseggi.

Con l’avvento della musica strumentale iniziano ad affermarsi le intavolature, per liuto, tiorba ed altri strumenti a corde. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un prestito fatto alla modernità dal passato: l’intavolatura infatti è in tutto e per tutto identica alla moderna tablatura.

Non fatevi trarre in inganno! L’intavolatura italiana è al contrario: la corda più acuta è in basso.

La maggiore complessità della musica e le conseguenti richieste di precise indicazioni da parte dei compositori, hanno condotto alla scrittura su pentagramma, che permette di avere traccia fedele del discorso musicale; ma per quanto sia precisa non sempre descrive pienamente le indicazioni che il compositore vuole lasciare al musicista.

Nel ‘900 infatti, complice la nascita delle avanguardie, della musica elettronica, e di un recupero delle tradizioni (accademiche e folkloriche), la semiografia fa dei notevoli passi in avanti, arrivando a partiture che tutto sembrano fuorché un compendio di indicazioni musicali.

Da sinistra troviamo: Volumina [Gyorgy Ligeti], Stripsody [Cathy Berberian], Aria [John Cage].

I tre esempi che ho riportato in particolare fanno riferimento alla corrente dell’alea, il caso. In musica diversi compositori hanno optato per questa variabile, rendendo partecipe l’esecutore del processo creativo. In particolare si tratta di partiture con grafia d’azione: che preferiscono indicare il gesto o l’andamento musicale piuttosto che dare indicazione precisa dell’effetto richiesto.

Ad una prima occhiata sembrerebbe un fatto strano ed impreciso, ma spesso la grafia d’azione è più efficace di mille annotazioni. D’altra parte numerosi segni delle partiture tradizionali si riferiscono tanto al caso quanto alla gestualità; basta pensare ad un rallentando, ad un abbellimento, ad un punto coronato, tutti segni che implicano una scelta del musicista, nondimeno nel periodo barocco i ritornelli indicavano in realtà una ripetizione con variazioni virtuosistiche a scelta dell’esecutore. Riferendoci invece alle indicazioni d’azione basta pensare alle legature, che raggruppando le note del fraseggio indicano la continuità di un solo movimento.

Senza spingersi così ai limiti della scrittura arriviamo al jazz che con l’introduzione dell’improvvisazione solistica – e poi d’insieme – formula il classico layout dello standard jazz: un pentagramma che riporta la linea melodica principale e permette la formulazione dell’accompagnamento basandosi sulle sigle accordali.

La chart del famosissimo standard Giant Steps di John Coltrane.

La ricchezza di questa scrittura si estende al non scritto: sostituzioni, progressioni e cadenze interne, fino ad arrivare ai momenti di solo, tutti fattori dipendenti dal musicista stesso che hanno condizionato la scrittura e quindi l’esecuzione fino ad oggi in tutti i generi, dal pop al metal estremo.

Quello che abbiamo presentato è un breve scorcio che vi invitiamo ad approfondire per scoprire come la scrittura si è evoluta fino ad oggi.

In questo modo trovare la trascrizione migliore per eseguire i vostri brani o le vostre set-list sarà una passeggiata e basterà solo adattarla alle vostre esigenze. 

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