TECNICA o EMOZIONE: questo è il dilemma.

Schieramenti serrati da una parte e dall’altra: chi difende la spontaneità del gesto istintivo e chi, a spada tratta, imbraccia l’idea costruttivista del continuo esercizio. I chitarristi i primi a buttarsi in questa mischia, ed a seguire tutti gli altri, nessuno escluso.

Chi la spunterà?

Nessuno. 

Per entrambi gli schieramenti è una guerra persa in partenza: il solo pensiero di poter escludere una delle due parti in gioco mette sotto scacco la fazione; pertanto chiunque aderisca ciecamente ad una delle due parti manca nel comprendere i meccanismi che sottendono la pratica strumentale, compositiva e suggestiva.

C’è da dire però che almeno una di queste due parti un briciolo di lungimiranza in più ce l’ha: si tratta dei – se così possiamo chiamarli – tecnicisti.

Non che si tratti di una vittoria – a riguardo sono già stato abbastanza chiaro – tuttavia è facile comprendere come un musicista voglia andare oltre le proprie capacità, superare i propri limiti ed affrontare situazioni sempre nuove. 

Si tratta della vita: nessuno si accontenterebbe di gattonare quando può anche correre. Magari accetta di camminare veloce.

Il lavoro di musicisti, compositori, fonici e sound-designer è sempre un lavoro di scoperta, e quindi porsi nella condizione di studenti è il primo passo verso la risoluzione del dilemma che stiamo affrontando. Nondimeno gli strumenti evolvono, i manuali di tecnica si aggiornano, e grazie anche alle esperienze istintive dei più meritevoli.

Gli istintivisti penseranno che anche con l’esperienza si può apprendere, ed assolutamente hanno ragione, tanto che diverse volte sia io che i miei colleghi di AltreTecniche consigliamo l’esercizio e la sperimentazione quand’anche risultasse vana.

Sarebbe inoltre da sprovveduti non tenere conto del fatto che i manuali di tecnica nascono proprio dalle esperienze dei più lungimiranti che hanno avuto l’ardire di pensare – o la fortuna di avere – posizioni più consone allo strumento, soluzioni che nessun altro aveva pensato prima, e di farne una ricchezza per tutti.

Quindi dove sbagliano le due fazioni?

La prima, quella degli istintivisti pretende di fare tanti manuali quanti sono i musicisti sulla faccia della terra, non tenendo conto del fatto che accorciare i tempi di apprendimento non è una perdita nel fattore espressivo, ma una continua ricerca di un vocabolario più aggiornato e ricco; mentre i tecnicisti vorrebbero un unico manuale che possa racchiudere le tecniche più sopraffine andando ad uniformare le possibilità di tutti i musicisti.

Stando a questa analisi entrambi però sono mossi da nobili intenti: i primi insistono sulla soggettività dell’espressione, mentre i secondi puntano a portare tutti ad un alto livello.

Dunque, come spesso succede, la verità sta nel mezzo, ma non è così facile da scorgere, perché non sono pochi i problemi che si frappongono ad una visione globale di questo fenomeno, che non si ferma al semplice dibattito, ma rischia di diventare motivante – in una o nell’altra direzione – di atteggiamenti musicali e di studio che possono arrivare ad essere deleteri.

È sacrosanto preservare la soggettività del musicista, ma ritengo altrettanto sacrosanto che il musicista provi ad allargare i propri orizzonti strumentali. 

Si raggiunge una grande maturità espressiva quando si hanno tanti colori nella propria tavolozza, quando si conoscono tante tecniche. Il musicista tecnico però ha il dovere artistico di scegliere quali siano le più opportune allo scopo descrittivo o narrativo che intende raggiungere, e quindi di piegare la tecnica alla propria espressività. 

Questo non è un obiettivo. È un percorso da perseguire ogni giorno.
E proprio perché non si tratta di un obiettivo non ci sono voti, non ci sono giudizi.

La cosa principale con cui famigliarizzare in un percorso è affrontarlo con fierezza, guardando il passato con consapevolezza, ed il futuro con determinazione. Questo porta a comprendere ed accettare tutte le sfumature che un musicista può scegliere.

Quello che vedo in queste due posizioni estreme è una sorta di senso di inadeguatezza, in cui entrambi temono di essere privati della propria ancora di salvezza. Ma non è l’istintività né la tecnica a tenervi a galla: è la forza di volontà di imbracciare tutte le volte uno strumento a fare la differenza; la scelta sconsiderata di continuare una strada che ognuno di noi sa essere impervia.

Kit di sopravvivenza: conoscere melodia e armonia non uccide

Tra gli enormi vantaggi di suonare uno strumento percussivo come la batteria c’è senza dubbio il sollievo dalle ore di studio passate sull’armonia e sulla melodia.

Già… Forse vent’anni fa!

Oggi giorno un batterista che si rispetti deve non solo conoscere il proprio strumento, ma deve essere in grado di arrangiare, comporre, dare senso alle proprie melodie.

È finito il tempo in cui il batterista, mentre pianisti e chitarristi parlavano di intervalli e tonalità, si perdeva nei meandri del suo pensiero per mancanza d’interesse sull’argomento.

Certo, studiare certe cose richiede molto tempo e potrebbe anche molto noioso. Però potrebbe portare enormi vantaggi sul nostro modo di concepire la batteria.

Se non ne sei convinto ti riporto alcuni esempi di grandi batteristi dallo stile unico che, grazie allo studio di melodia ed armonia, hanno costruito un drumming basato sullo sviluppo melodico del proprio drum set.

Marco Minnemann è considerato uno dei batteristi più ecclettici del momento. Il suo stile è unico ed incredibilmente musicale perché basa il suo drumming su una melodie che ripropone sul drum set.

Danny Carey, batterista dei Tool, crea sezioni ritmiche sfruttando i rudimenti batteristici sui tom, generando linee melodiche che si incastrano perfettamente con le linee di chitarra e basso, generando anche groove del tutto innovativi ed estremamente interessanti.

Tornando indietro di qualche anno troviamo Bill Bruford, batterista dei King Crimson. Amante dei Flam, sfruttava questo rudimento come ricerca sonora e timbrica. Ha concepito la batteria come se fosse un pianoforte, e questo gli permetteva di sviluppare groove e fill elettrizzanti, sfruttando anche il concetto di coordinazione armonica.

Ecco quindi tre batteristi che (insieme a molti altri) hanno in comune la conoscenza della materia melodica armonica, aiutati anche dal fatto di essere polistrumentisti. Essi rappresentano l’esempio di come lo studio di materie non propriamente batteristiche, saggiamente utilizzate, possa servire ad ampliare le proprie performance e migliorare la propria personalità artistica, distaccandosi dal semplice accompagnamento col groove.

Tanta SOSTANZA, ma non dimentichiamo la FORMA!

Tema scottante, specialmente dopo le feste natalizie, cenoni, abbuffate e spazzolate di avanzi, è quello della forma fisica; ed anche i musicisti oggi sanno che non si può prescindere da questo fattore importantissimo.

Non si tratta di un controllo spasmodico del cibo, delle calorie e dell’attività fisica alla stregua di atleti, sportivi o culturisti, piuttosto l’invito è di provare a concentrarsi su come si affronta il proprio lavoro da musicisti o il proprio hobby musicale.

La prima cosa da tenere presente è che lo strumento deforma il corpo.
Che si tratti di un fagotto, di un violino, della batteria, addirittura di un theremin, lo strumento che suoniamo tenderà a sviluppare alcune zone muscolari in modo non sempre simmetrico – quasi mai di fatto – e non omogeneo.

Non esistono strumenti perfettamente simmetrici ma soprattutto la musica, dalla lettura all’esecuzione, porta il musicista ad un tendere a che ha con se il seme della non simmetria. Nulla che ci debba spaventare, ma la percezione del proprio corpo e la consapevolezza meccanica sono due abilità da tenere in esercizio.

Le motivazioni sono semplici: se sono consapevole di come il mio corpo cambia e di come si comporta saprò intervenire sulla mia tecnica per migliorare ed ottimizzare movimenti e meccaniche; inoltre arricchirò il mio linguaggio musicale di gesti e fraseggi più liberi e vari, non legati per forza alle meccaniche strumentali sedimentate in anni e anni di pentatoniche.

Non è necessario raggiungere una forma statuaria ed equilibrata andando a compensare forzatamente la propria struttura, ma è bene mantenere il proprio corpo tonico e reattivo.

Oltre alle posizioni necessarie per l’esecuzione, i musicisti sviluppano degli altri atteggiamenti tipici che sono estremamente controproducenti.

Il più diffuso è sicuramente lo stadio Leopardi: chini sulla scrivania o sul pianoforte, sul leggio, addirittura per terra. Studiare su un supporto adeguato e con una posizione curata permetterà al corpo di scaricare tensioni che riducono la libertà di movimento e la fluidità.

Dom Famularo, celebre batterista, insiste su questo mantra: TENSION IS THE ENEMY OF MOVEMENT. Ed ha dannatamente ragione!

Da qui si dipanano tutte le altre problematiche, perché la tensione – tanto fisica quanto emotiva – mette a dura prova l’organismo ed il corpo. Prendersi del tempo per una corsa, qualche vasca in piscina sarà manna dal cielo per permettervi di riequilibrare le tensioni del vostro corpo.

Non si sta parlando di prana, energie della terra o quant’altro: si parla di ogni musicista che a poco a poco sviluppa problemi alla propria fisicità; il discorso è più tangibile di quello che si pensa.

Abituarsi ad un esercizio costante che non sia allo strumento permette di riequilibrare le tensioni muscolari ed evitare delle spiacevoli compensazioni che il nostro corpo attua per riadattarsi ai movimenti di tutti i giorni.

Durante i miei anni di studio di batteria ho potuto sperimentare quanto possa essere dolorosa un’aderenza muscolare dovuta ad un movimento sbagliato allo strumento. La cosa più comica e terribile è che allo strumento non avevo il minimo problema, ma la prima volta che ho saltato delle verdure in padella il dolore è stato lancinante!

Il consiglio non è una vita sana ed un Danacol al giorno, ma pensare a cosa controbilancia le meccaniche strumentali è molto consigliato.

Non bisogna sottovalutare questo fattore, perché il corpo di un musicista è il primo strumento di lavoro, ed è la struttura primaria sulla quale poggiano tutti i suoi anni di studio: una volta compromessa è difficile riassestarla.

In tutto questo sconsiglio nel modo più assoluto le soluzioni fai-da-te: un fisioterapista, un osteopata studiano anni per comprendere come aiutare il corpo a riassestarsi, esattamente come tutti voi studiate anni per raggiungere certi risultati. Se come me non sopportate chi pensa che il musicista non sia un lavoro vero non fatelo con gli altri.

Prima ancora di arrivare alle soluzioni semi-invasive però è bene avere un insegnante disposto ad aiutarci per migliorare la nostra postura ed i movimenti per rendere più efficace e meno pesante l’esercizio e per aiutarvi ad essere ancora più performanti.

Filmarsi e rivedersi da diverse angolazioni vi permetterà di avere sotto controllo la vostra postura ed i vostri movimenti; nondimeno registrare e riascoltare la differenza nella resa timbrica aiuterà anche ad affinare il vostro orecchio.

Africa e India: dove il ritmo ha avuto inizio

Quando è cominciato il ritmo? Qual è stato il primo atto definibile come esecuzione ritmica? Sono domande molto complesse, a cui però proviamo a dare una risposta.

Se escludiamo per un attimo il concetto di paesaggio sonoro, teorizzato da Schafer e ci concentriamo unicamente sulle attività umane, possiamo dedurre che la musica nasce prima di tutto come ritmo.

Facendo un salto temporale nella Preistoria possiamo notare la nascita dei primi tamburi, che venivano utilizzati esclusivamente come sistema per ammorbidire le pellicce che venivano utilizzate come abiti.

Ebbene, durante questa attività era importante cadenzare i colpi per non perdere il ritmo, essenziale per ottenere un risultato ottimale. La prima forma musicale era quindi una cadenza ritmica fondamentale per la sopravvivenza!

Con il passare degli anni il ritmo ha avuto enormi sviluppi, acquisendo diverse complessità nelle varie culture. Basti citare l’importanza che Pitagora e i filosofi greci in genere davano al ritmo (alla musica in generale) come massima espressività artistica, culla della conoscenza matematica.

Sono però fermamente convinto che il tempo abbia due madri, due radici fondamentali per la sua comprensione che andrò immediatamente ad esplicare.

Il continente nero è storicamente noto per la tratta degli schiavi, che ha creato una cicatrice multisecolare difficilmente dimenticabile.

Nonostante la nostra spietatezza, l’Africa ci ha regalato doni meravigliosi e tra questi abbiamo la musica percussiva.

La vita nei luoghi aperti ha portato le popolazioni a creare potenti strumenti a percussione come il Djembe. Suonati in gruppi piuttosto numerosi, questi strumenti generano un volume in grado di spaventare i nemici, scacciare gli spiriti malvagi e attirare gli spiriti benevoli.

Musicista che suona un djembe

Si tratta di musica puramente improvvisata, molte volte ricca di poliritmia. Questo perché si cerca di instaurare un dialogo tra i musicisti: una percussione fa la domanda, l’altro risponde.

La quasi assenza del battere inoltre, genera una sensazione di totale apertura e libertà del momento, una sensazione fondamentale in qualsiasi rito, specie nelle pratiche Voodoo.

L’altro cuore pulsante del ritmo è senza dubbio l’India, che ha una filosofia in antitesi con quella africana ma di grande importanza per chiunque si affacci allo studio del ritmo.

Sempre legata alla sfera religiosa, la musica indiana può essere estremamente diversa nelle regioni del nord (definita indostana) rispetto a quelle del sud (definita carnatica).

In questo ambito i percussionisti sono legati al mero accompagnamento e solo nell’ultimo secolo hanno conquistato un posto di rilievo, sino a diventare solisti.

Ma allora perché definirla madre del ritmo? Beh, per l’incredibile capacità di costruire strumenti a percussione complessi come le Tabla e soprattutto per la millenaria filosofia intrinseca nella costruzione del brano.

Tabla Indiane: il bhayan è quello di diametro maggiore, dhayan quello con diametro minore

Partiamo con la difficoltà principale: le composizioni, definite Raga, sono cadenzate da matrici (fraseggi) che rappresentano il tema.

Solitamente la matrice è molto lunga e spesso viene spezzettata in cellule più brevi, generando frasi dispari che, ripetute ciclicamente, portano a compimento la frase. Questa caratteristica si legava alla loro suddivisione della giornata: Gli indiani infatti dividevano le 24 ore in 8 sezioni di 3 ore.

Come per la musica africana anche la musica indiana è basata sull’improvvisazione e la combinazione tra polimetria e poliritmia, che oltre a generare textures ritmiche complesse danno una sensazione di accelerato e rallentato.

Due mondi diversi, due modi di concepire il tempo, stesso obbiettivo: comunicare il proprio essere con l’arte.

La rubrica sotto l’ALBERO: 
i PROPOSITI per l’anno nuovo

Ogni artista sa che è bene guardare un po’ indietro nella propria attività: osservare con lungimiranza il percorso fatto, rincuorare il proprio super-io mostrando i propri progressi, accudirsi un poco e ricordarsi che tutti i soldi spesi in lezioni e strumentazione – affetti da GAS a parte – hanno portato frutto, lasciando un po’ da parte la propria parte giudicante.

L’anno nuovo porta con sé questi frutti ed è prossimo ad una nuova semina, ma cosa fare? Cosa inventarsi? Come reinventartsi nel 2020?

Il primo proposito deve essere lo studio. Se non ci penserete voi, sarà il senso di colpa a ricordarvelo, ed alla peggio la prima figuraccia in un concerto o in studio di registrazione. Quindi nel dubbio: STUDIARE!

Non bisogna tralasciare però la sfera intellettuale, il troppo esercizio allo strumento non condito di una sana lettura teorica rischia di essere infruttuoso. Un buon trattato di armonia, strumentazione o uno scritto storico sul proprio strumento sarà un catalizzatore per la vostra pratica.

Provare, provare e provare!
In gruppo, se si ha una band o un ensemble, ma anche da soli: provare soluzioni nuove allo strumento, provare a registrare in casa, provare a scrivere e trascrivere, almeno provare a provarci.

Risparmiare è uno dei principali imperativi, ma non necessariamente sul profilo pecuniario: risparmiare le proprie energie indirizzandole verso ciò che interessa davvero, valutare attentamente le proprie possibilità e dedicarsi al 100% ai progetti per cui vale la pena; allo stesso modo risparmiare tempo nello studio ottimizzando.

Col risparmio arriva l’investimento. È necessario investire su di sé per promuoversi nel modo giusto, per far valere le proprie conoscenze e fare la differenza. Non serve assumere un marketing manager per fare questo, il primo passo è lavorare al meglio delle proprie possibilità ed essere professionali con i propri colleghi: questa è la pubblicità gratuita che potete farvi.

Tenersi aggiornati è molto importante – non solo per fare i nerd sui gruppi Facebook – perché ci aiuta ad avere degli obiettivi. Conoscere le produzioni degli artisti che preferiamo aiuta a capire dove spingerci. Bernardo di Chartres diceva che siamo nani sulle spalle di giganti, quindi bisogna sfruttare questi spunti e progredire.

Oltre a questi propositi generali, ognuno conosce sé stesso abbastanza da sapere quali sono i sogni che vuole realizzare, quali le aspettative per il nuovo anno, quindi l’augurio è che possiate raggiungere i vostri obiettivi, che siano le scale per terze al violino (sono difficili di maledetto!) o il disco d’oro.

Lottate, lottate con forza per ciò in cui credete fino a raggiungere il prossimo obiettivo, e non vi scoraggiate se l’avete solo sfiorato, la prossima rincorsa sarà più energica della precedente.

Gli ultimi due propositi per il 2020 vogliono essere dei preziosi consigli da tenere sempre a mente: il primo è di lasciarsi ispirare dal mondo nel modo più genuino possibile, cercando di abbattere i pregiudizi e pensando di cogliere il meglio da ogni esperienza.

Il secondo, il più importante in assoluto e da profondere in ognuno dei precedenti, è di divertirsi. Se non vi divertite lasciate perdere e trovate qualcos’altro che vi faccia dire WOW! ogni volta.