Il futuro del batterista

Come insegnante di batteria mi capita molto spesso di ripensare al mio percorso didattico, ripercorrendo le varie tappe e analizzando gli studi percorsi e devo ammettere che ho qualche rammarico.

Non ho nulla da dire sugli studi affrontati, né tanto meno sugli insegnanti (che reputo i migliori e ancora oggi li ringrazio). Piuttosto il problema è da individuare sul futuro della batteria e in maniera più specifica il futuro del batterista.

A livello di studio si tratta certamente di uno tra gli strumenti più complessi e più impegnativi fisicamente e psicologicamente. Forse questi e altri problemi di natura logistica possono essere in parte la causa del calo di affluenza ai corsi di batteria.

Quindi il batterista è una figura destinata ad estinguersi? Assolutamente no!

Nell’ultimo secolo abbiamo visto un avanzamento tecnologico senza precedenti e a beneficiarne è stata anche l’industria musicale con l’approdo nel mercato di strumenti innovativi che non solo hanno ampliato la tavola dei colori della nostra creatività, ma hanno reso le cose più facili e snelle per la produzione.

Con l’avvento delle prime Drum Machine e successivamente dei VST in grado di emulare perfettamente i suoni della batteria, il batterista da studio ha iniziato a subire un calo di lavoro, chiudendo un mercato già sin troppo ristretto.

Questo fenomeno è stato causato ovviamente da un interesse economico: produzioni più veloci, meno costi, più guadagno.

Certamente, la batteria acustica in molti contesti di studio è ancora indispensabile per la resa finale e difficilmente verrà totalmente sostituita, ma se pensiamo alle opportunità presenti anche solo 25 anni fa, notiamo che il quadro non è dei più rosei.

Ecco perché il batterista moderno non solo deve conoscere al meglio il proprio strumento, ma deve essere in grado di gestire le nuove (e non) tecnologie (drum machine, VST, protocollo MIDI, sintetizzatori). Deve inoltre saper gestire un arrangiamento, avere un orecchio critico in fase di pre e post produzione, insomma deve saper lavorare a tutto tondo, ancora di più che altri musicisti.

Solo in questo modo la figura del batterista può sopravvivere e godere di nuova vita.

La cosa ti spaventa? Nessun problema! AltreTecniche è in grado di offrirti un percorso didattico ad Hoc per venire incontro alle nuove esigenze del mercato musicale.

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Per fortuna siamo nel 2020 e c’è la DIDATTICA ONLINE

La situazione attuale sta svelando piccoli e grandi difetti dei più svariati campi: dai risvolti positivi di uno smart-working che prima veniva concesso con il contagocce, mentre ora si rivela mantenere un’ottima resa; passando per il grande punto interrogativo dei lavoratori dello spettacolo.

A questo proposito mi limito ad un solo commento: sono d’accordo con il fatto che le cose debbano cambiare, che la nostra posizione debba essere tutelata e difesa.
Ma vi ricordo che è così da sempre.

Con ciò liquido il discorso; la situazione è molto più complessa di un semplice o così o cosà, e richiederebbe di mettere mano ad un’intera architettura incancrenita.
A prescindere da tutto è sacrosanto che ci si impegni perché le cose vengano risolte al meglio: tanto per noi che viviamo in questo momento di disagio, quanto per chi proseguirà negli anni a venire perché possa godere di una struttura più solida su cui costruire la propria professione.

And now, for something completely different!

La situazione della didattica online non è qualcosa di completamente diverso, ma emblematico di un mondo – quello della musica e della didattica musicale – che è pronto per un cambiamento, e che sta mostrando di avere le carte per portare un’aria di novità.

I vari portali di cui abbiamo parlato, come Jamtaba, Jamkazam, o i più classici e famosi Skype, Classroom e Zoom, sono ottime risorse per mantenere la continuità didattica a cui tanto si punta, e che sappiamo essere il pilastro principale del rapporto con il proprio allievo.

Per chi come me ha nel suo curriculum di docente prevalentemente materie teoriche, la situazione non è troppo compromessa; certo non è piacevole doversi interfacciare solo con uno schermo ed una webcam, ma adottando le giuste strategie si possono raggiungere degli ottimi risultati.

In questo periodo – sull’onda di quanto abbiamo voluto sottolineare nella nostra scorsa pubblicazione – propongo molti ascolti ai miei allievi, sapendo che hanno più tempo per dedicarcisi, e la possibilità di staccare un po’ dalla situazione attuale.

Insisto sulla loro produzione, cercando di rendere tanto la lezione e i compiti, quanto più leggeri possibile. Per le materie pratiche è un altro conto e non solo da insegnante, ma anche da studente, percepisco un distacco che può risultare davvero deleterio. 

Il primo scoglio è il suono: non si può verificare, non si ha un riscontro effettivo, ma sta a noi docenti e studenti fare fronte a questa cosa. Chi ha la possibilità di utilizzare attrezzatura adeguata può migliorare la qualità di una lezione o trovare i mezzi per renderla meno peggio.

Ed i docenti che sono meno avvezzi a queste cose hanno il dovere di documentarsi e fornire un servizio migliore ai loro allievi.

Gli scontri tra classicisti e modernisti ora non hanno più senso: siamo tutti nella stessa barca e tutti dobbiamo stare a galla, supportarci ed arrivare alla terraferma!

Credo però che in fondo a tutto questo torni a galla il vero scopo di un docente, che non è (solo) quello di ingozzare un allievo di nozioni, ma soprattutto di educarlo.
Il nostro compito non è quello di creare dei piccoli automi che riproducano a macchinetta partiture, o che sputino brani nuovi a raffica, ma di coltivare degli esseri pensanti, fornendogli le metodologie per scoprire il mondo.

È molto importante che sappiano questa cosa e che ci vedano lottare per ciò che sogniamo, che possano cogliere insieme a noi in un futuro si spera più prossimo possibile, il frutto di un impegno collettivo e di una determinazione tipica di chi fa Arte.

Il nostro è un lavoro.
Senza mezzi termini, ed ognuno di noi sa quanto è costato in termini di energia, tempo e soldi. 
È anche una passione, ma una cosa non esclude l’altra, anzi, dovrebbe ricordare a chi ci liquida con sufficienza, che proprio perché è anche una passione, una volta calpestata fa ancora più male.

La scelta sonora viene prima del groove?

In fase di scrittura, noi batteristi, siamo abituati ad elaborare groove e fraseggi in base alla sezione ritmica in corso, spesso quella dettata dal basso e dalla chitarra, o ancora dalle tastiere; e questo basta per poter dare spazio alla creatività.

Tutto molto bello, se non fosse per un piccolo particolare: il suono!

Lavorando con il “vecchio metodo” la scelta sonora risulta essere un surrogato di quello che abbiamo scritto, indipendentemente dall’importanza che diamo.

Essere o non essere… prima l’uovo o la gallina? Prima il suono o la composizione?

Come ho scritto nell’ articolo precedente, per ottimizzare i tempi durante la fase compositiva è necessario partire da un’idea, un concetto, e di conseguenza sviluppare il tutto senza alcun limite.

Basandomi su questo viene naturale capire quali scelte sonore possa sfruttare o quali suggestioni io voglia creare per dare forma al brano o quantomeno al groove.

Ebbene sì: il suono è tutto! Senza di esso non staremmo qui a discutere di musica, allora perché deve essere una conseguenza e non il fine ultimo?

Per capire che suono generare come impiegarlo è necessario capire cosa volete comunicare. Ogni soluzione timbrica ha dentro di sé dei richiami di varia natura che possono interagire con il nostro sistema nervoso in maniera diversa, che questa metta in risalto determinati armonici e o presenti una componente di rumore.

Nondimeno ogni suono viene recepito diversamente a seconda dell’ambiente culturale nel quale si è cresciuti o si è immersi, pertanto determinati suoni possono evocare sentimenti anche contrastanti. Questo è sicuramente un particolare molto interessante e da non sottovalutare.

Trovato il sound giusto va esercitata la sua articolazione al fine di acquisire una notevole dimestichezza, tale che la composizione possa essere molto più fluida e originale di quanto non abbiate immaginato.

Per destreggiarvi in questo argomento vi consiglio due letture che faranno luce su molti argomenti citati in questo articolo: “Il paesaggio sonoro” di Murray Schafer e “L’arte dei rumori” di Luigi Russolo.

Se vuoi approfondire questo argomento puoi iscriverti ai nostri corsi e partecipare ai nostri workshop!

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TECNICA o EMOZIONE: questo è il dilemma.

Schieramenti serrati da una parte e dall’altra: chi difende la spontaneità del gesto istintivo e chi, a spada tratta, imbraccia l’idea costruttivista del continuo esercizio. I chitarristi i primi a buttarsi in questa mischia, ed a seguire tutti gli altri, nessuno escluso.

Chi la spunterà?

Nessuno. 

Per entrambi gli schieramenti è una guerra persa in partenza: il solo pensiero di poter escludere una delle due parti in gioco mette sotto scacco la fazione; pertanto chiunque aderisca ciecamente ad una delle due parti manca nel comprendere i meccanismi che sottendono la pratica strumentale, compositiva e suggestiva.

C’è da dire però che almeno una di queste due parti un briciolo di lungimiranza in più ce l’ha: si tratta dei – se così possiamo chiamarli – tecnicisti.

Non che si tratti di una vittoria – a riguardo sono già stato abbastanza chiaro – tuttavia è facile comprendere come un musicista voglia andare oltre le proprie capacità, superare i propri limiti ed affrontare situazioni sempre nuove. 

Si tratta della vita: nessuno si accontenterebbe di gattonare quando può anche correre. Magari accetta di camminare veloce.

Il lavoro di musicisti, compositori, fonici e sound-designer è sempre un lavoro di scoperta, e quindi porsi nella condizione di studenti è il primo passo verso la risoluzione del dilemma che stiamo affrontando. Nondimeno gli strumenti evolvono, i manuali di tecnica si aggiornano, e grazie anche alle esperienze istintive dei più meritevoli.

Gli istintivisti penseranno che anche con l’esperienza si può apprendere, ed assolutamente hanno ragione, tanto che diverse volte sia io che i miei colleghi di AltreTecniche consigliamo l’esercizio e la sperimentazione quand’anche risultasse vana.

Sarebbe inoltre da sprovveduti non tenere conto del fatto che i manuali di tecnica nascono proprio dalle esperienze dei più lungimiranti che hanno avuto l’ardire di pensare – o la fortuna di avere – posizioni più consone allo strumento, soluzioni che nessun altro aveva pensato prima, e di farne una ricchezza per tutti.

Quindi dove sbagliano le due fazioni?

La prima, quella degli istintivisti pretende di fare tanti manuali quanti sono i musicisti sulla faccia della terra, non tenendo conto del fatto che accorciare i tempi di apprendimento non è una perdita nel fattore espressivo, ma una continua ricerca di un vocabolario più aggiornato e ricco; mentre i tecnicisti vorrebbero un unico manuale che possa racchiudere le tecniche più sopraffine andando ad uniformare le possibilità di tutti i musicisti.

Stando a questa analisi entrambi però sono mossi da nobili intenti: i primi insistono sulla soggettività dell’espressione, mentre i secondi puntano a portare tutti ad un alto livello.

Dunque, come spesso succede, la verità sta nel mezzo, ma non è così facile da scorgere, perché non sono pochi i problemi che si frappongono ad una visione globale di questo fenomeno, che non si ferma al semplice dibattito, ma rischia di diventare motivante – in una o nell’altra direzione – di atteggiamenti musicali e di studio che possono arrivare ad essere deleteri.

È sacrosanto preservare la soggettività del musicista, ma ritengo altrettanto sacrosanto che il musicista provi ad allargare i propri orizzonti strumentali. 

Si raggiunge una grande maturità espressiva quando si hanno tanti colori nella propria tavolozza, quando si conoscono tante tecniche. Il musicista tecnico però ha il dovere artistico di scegliere quali siano le più opportune allo scopo descrittivo o narrativo che intende raggiungere, e quindi di piegare la tecnica alla propria espressività. 

Questo non è un obiettivo. È un percorso da perseguire ogni giorno.
E proprio perché non si tratta di un obiettivo non ci sono voti, non ci sono giudizi.

La cosa principale con cui famigliarizzare in un percorso è affrontarlo con fierezza, guardando il passato con consapevolezza, ed il futuro con determinazione. Questo porta a comprendere ed accettare tutte le sfumature che un musicista può scegliere.

Quello che vedo in queste due posizioni estreme è una sorta di senso di inadeguatezza, in cui entrambi temono di essere privati della propria ancora di salvezza. Ma non è l’istintività né la tecnica a tenervi a galla: è la forza di volontà di imbracciare tutte le volte uno strumento a fare la differenza; la scelta sconsiderata di continuare una strada che ognuno di noi sa essere impervia.

Kit di sopravvivenza: conoscere melodia e armonia non uccide

Tra gli enormi vantaggi di suonare uno strumento percussivo come la batteria c’è senza dubbio il sollievo dalle ore di studio passate sull’armonia e sulla melodia.

Già… Forse vent’anni fa!

Oggi giorno un batterista che si rispetti deve non solo conoscere il proprio strumento, ma deve essere in grado di arrangiare, comporre, dare senso alle proprie melodie.

È finito il tempo in cui il batterista, mentre pianisti e chitarristi parlavano di intervalli e tonalità, si perdeva nei meandri del suo pensiero per mancanza d’interesse sull’argomento.

Certo, studiare certe cose richiede molto tempo e potrebbe anche molto noioso. Però potrebbe portare enormi vantaggi sul nostro modo di concepire la batteria.

Se non ne sei convinto ti riporto alcuni esempi di grandi batteristi dallo stile unico che, grazie allo studio di melodia ed armonia, hanno costruito un drumming basato sullo sviluppo melodico del proprio drum set.

Marco Minnemann è considerato uno dei batteristi più ecclettici del momento. Il suo stile è unico ed incredibilmente musicale perché basa il suo drumming su una melodie che ripropone sul drum set.

Danny Carey, batterista dei Tool, crea sezioni ritmiche sfruttando i rudimenti batteristici sui tom, generando linee melodiche che si incastrano perfettamente con le linee di chitarra e basso, generando anche groove del tutto innovativi ed estremamente interessanti.

Tornando indietro di qualche anno troviamo Bill Bruford, batterista dei King Crimson. Amante dei Flam, sfruttava questo rudimento come ricerca sonora e timbrica. Ha concepito la batteria come se fosse un pianoforte, e questo gli permetteva di sviluppare groove e fill elettrizzanti, sfruttando anche il concetto di coordinazione armonica.

Ecco quindi tre batteristi che (insieme a molti altri) hanno in comune la conoscenza della materia melodica armonica, aiutati anche dal fatto di essere polistrumentisti. Essi rappresentano l’esempio di come lo studio di materie non propriamente batteristiche, saggiamente utilizzate, possa servire ad ampliare le proprie performance e migliorare la propria personalità artistica, distaccandosi dal semplice accompagnamento col groove.