Sicuro che STUDIARE quello che ti viene propinato possa BASTARE?

Nel lavoro con i colleghi musicisti ci si imbatte in situazioni molto curiose, specialmente dalla mia prospettiva di compositore: è evidente come i musicisti leggano il mondo a misura del proprio strumento.

Ed è proprio così!


È curioso, e spesso fonte di ironia e stereotipi, ma lo studio di uno strumento influenza profondamente la percezione del mondo da parte del musicista, e conseguentemente la lettura di esso non solo sul piano sonoro, ma anche interattivo.

Tuttavia questo fattore non è dato solo ed esclusivamente dallo studio del proprio strumento, ma anche dalle modalità didattiche offerte dal proprio insegnante.

Essere docente non significa solo fornire nozioni e non è sicuramente come riempire un contenitore: si tratta di insegnare un metodo, aiutare l’allievo a coltivare un senso critico, motivare e mettere a conoscenza lo studente di quante più possibilità ci sono nel mondo artistico, ed al contempo permettergli di scoprire mondi che nemmeno il docente conosce.

In una locuzione: stimolare la curiosità.

Dunque la risposta alla nostra domanda è: NO, non basta MAI!

Nell’era di internet il web offre insieme troppe e troppo poche possibilità al musicista curioso: troppe perché internet è vasto, troppo poche perché il “nostro internet” è costantemente influenzato dai nostri contenuti precedenti, i famosissimi cookies, che ci permettono da una parte di rimanere aggiornati sugli argomenti che ci stanno a cuore, mentre dall’altra limitano le nostre scoperte ad una navigazione “a vista”.

Per migliorare questa situazione stagnante sicuramente è bene coltivare un bacino di amici e colleghi con i quali avere uno scambio vivo e sincero, e scoprire grazie a loro mondi completamente sconosciuti.

Nelle mie scorse avventure ho lavorato per due anni e mezzo in una sala concerti, il Circolo Colony a Brescia, ed ho avuto la possibilità meravigliosa di trasformare il mio lavoro di tecnico di palco, in una delle esperienze didattiche più significative della mia formazione musicale: ho visto tra gli artisti più strani che conosca, e soprattutto di generi che non conoscevo e criticavo a priori, fino ad arrivare a comprenderli ed apprezzarli.

Si tratta di affinare i propri strumenti, ed imparare a leggere il mondo da una prospettiva diversa

Tanti musicisti affiancano allo strumento principale lo studio – quand’anche sommario e disinteressato –  di un secondo strumento, magari di una famiglia organologica differente, ed arrivano a comprendere molto di più sul loro strumento principale.

Un mio caro amico, pianista diplomato e livecoder, ha affiancato al pianoforte il clarinetto, ed in una conversazione mi ha confessato di aver compreso molto del pianoforte proprio attraverso il clarinetto: l’importanza di un respiro ben congegnato e misurato, il “peso” che questo ha nel fraseggio musicale, e come il gesto possa arrivare ad essere più definito per una migliore espressività.
Dall’altra parte, la sintassi del livecoding gli ha permesso di affinare la creatività sul piano della forma, e di riflettere sulle possibilità timbriche e sulla loro maggiore definizione sempre al pianoforte.

Personalmente, nella mia continua ricerca di compositore, ed ostinazione nella pratica di sempre più strumenti per comprenderne i limiti ed il funzionamento, trovo questa cosa davvero importante. (Altrimenti non avrei motivo di investire così tanto tempo)

Vale la pena di uscire dalla propria zona di comfort e sperimentare e perché no, iniziare quello che Bilbo Baggins ne Lo Hobbit chiama un viaggio inaspettato!

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