Open Recording Session 16.11.2019

Vuoi toccare con mano le fasi di una produzione in studio? Il lavoro dei turnisti, la direzione di presa e le scelte produttive per la realizzazione di un singolo in una sessione di registrazione aperta.

Uno spazio di approfondimento sul campo dedicato ai musicisti, compositori, arrangiatori e fonici per vedere il nostro team al lavoro e scoprire come mettere in pratica i nostri consigli.

Sabato 16 novembre dalle 9.30 alle 18.00 ci saranno al lavoro gli autori degli articoli di AltreTecniche:
Mattia Danesi, insegnante di strumento e batterista turnista;
Francesco Manenti, compositore e direttore di presa, impegnato anche alle tastiere ed alle chitarre.

Saranno accompagnati dalla voce di Marco Paderni, collaboratore in diversi progetti.

La parte tecnica della sessione sarà curata da Giorgio Reboldi, fonico di AltreFrequenze.

Nei break della sessione sarà possibile confrontarsi con il fonico, l’arrangiatore e i musicisti per approfondire le modalità e le tecniche utilizzate.

La partecipazione è gratuita, per prenotare il proprio posto basta mandare il nominativo a info@altrefrequenze.it

IL bigino dell’ARRANGIATORE: 
non conosco questo GENERE

Siamo nel 2019, e si continua imperterriti ad incasellare generi, sottogeneri, correnti tematiche di sottogeneri di nicchia; underground di qui, mainstream di là…

Non se ne può più.

Ho sempre ritenuto che il lavoro del compositore – ed anche quello dell’arrangiatore – potesse facilmente assimilarsi a quello di uno scrittore poliglotta che si permette il lusso di utilizzare la lingua che preferisce per essere sicuro di cogliere al meglio l’essenza di quanto sta trasmettendo con le giuste sfumature.

Lavorando nell’ambito della musica contemporanea e d’avanguardia questo è all’ordine del giorno e proietta ogni lavoro al successivo con una spinta inimmaginabile, animando la ricerca personale, lo studio e l’approfondimento delle tecniche e dei linguaggi.

Questo è ciò che mi permette di aggiornarmi, di sperimentare e di proporre soluzioni che possano assecondare le esigenze di un committente, tanto nella mia produzione, quanto nei lavori in studio. Ed in particolare per questi ultimi – d’altra parte il Bigino dell’Arrangiatore a questo serve – la richiesta principale, sebbene implicita, è un’estrema flessibilità, perché: “siamo nel 2019, e si continua imperterriti ad incasellare generi, sottogeneri, etc…”.

La flessibilità prevede che io sia in grado di fare un arrangiamento gospel oggi, uno indie domani, e tra una settimana passare a del technical-death metal dopo una giornata di quartetto d’archi che registra Brahms.

Challenge accepted!

Si tratta della normalità. Ho sempre percepito la musica come un unico grande flusso che va dal folklore fino ad oggi con tutto quello che i secoli le hanno aggiunto. 

Il merito di questa visione risiede nella lungimiranza dei miei docenti. Ognuno di loro mi ha trasmesso questo pensiero come se fosse la più grande eredità che potesse regalarmi, come se fosse il succo del loro intero percorso di studi. E per quanto mi riguarda è davvero così!

Farsi strada nel flusso del tempo però richiede di essere un companion presente in Doctor Who, o…di essere il Dottore. Dato che sono entrambe ipotesi strampalate ci dovremo affidare alla terza: fornirci di un T.A.R.D.I.S. [Time And Relative Dimension In Space n.d.a.].

La nostra macchina del tempo risiede nelle nostre capacità di analisi, ovvero nella capacità di reperire informazioni in modo funzionale e poterle rielaborare per gli scopi espressivi. Spacchettare un brano nei suoi elementi principali, riuscire a comprenderne le verticalità ed il suo svolgimento nel tempo, arrivare a comprendere come sono stati prodotti certi suoni fa parte di questo. Ora il difficile sta nel mettere tutto insieme.

Il primo consiglio è quello di non porre limiti a nulla. La nostra creatività non ha limiti, le possibilità strumentali, di produzione e post-produzione possono essere estese oltre i limiti stessi dello strumento, ed il mondo sonoro è in continua espansione.

Il secondo consiglio è di studiare ed ascoltare il più possibile, e ricordarsi che non è mai abbastanza. Cercare input musicali e teorici per poter approfondire il più possibile quanto già si conosce. Tempo fa cercavo un gruppo che facesse death-swing, ho googleato e l’ho trovato. Ho cominciato ad ascoltare e spacchettare informazioni dai pezzi – oltre a divertirmi molto perché i Trepalium sono davvero meravigliosi – e così ho imparato cose nuove.

Il terzo consiglio è quello di educarsi al piacere dell’analisi. Considerare la partitura come un’opera grafica è il primo passo per capire che un’analisi su carta è un ottimo metodo per comprendere i meccanismi che regolano un brano. E se la partitura non c’è abituarsi alla trascrizione.

Da ultimo: divertiti a sperimentare!
Cover, inediti, quello che vi pare, ma trasformalo. Applica sistemi strampalati, prova tecniche che non centrano nulla sui brani, gioca con la musica. Non è un caso che in diverse lingue il verbo sia proprio giocare.

Un estratto da Trash TV Trance di Fausto Romitelli

E soprattuto non perderti mai d’animo, perché ogni problema porta con sé una soluzione, ed ogni errore è un calco quasi perfetto del suo contrario. Non sono richiesti superpoteri, ma solo la voglia di buttarsi nel mare infinito delle possibilità musicali, in cui una cosa è certa: il naufragare è dolce…

Stanco di andare fuori tempo? Forse stai dimenticando qualcosa

Sicuramente ti è capitato di dover andare alle prove del gruppo non avendo compreso in pieno la divisione metrica del nuovo brano. E questo può significare che sarà necessario sacrificare l’intera prova su quel brano o addirittura su un unico passaggio.

Certamente non posso svelarti il segreto per non commettere nessun errore (magari esistesse un tale segreto!), però posso darti qualche piccolo consiglio che utilizzo personalmente e che ti permetterà di affrontare i brani con più sicurezza e con maggior solidità sul tempo.

Partiamo innanzitutto dalla fase di ascolto: quando si tratta di canzoni complesse con divisioni ritmiche inconsuete, ma anche semplicemente dei fraseggi particolari, cerca con le mani di tenere un tappeto di sedicesimi. Trattandosi della suddivisione ritmica più utilizzata, provarla mentre il brano è in esecuzione ti permetterà di avere letteralmente sotto mano ogni nota e visualizzarla all’interno dello spazio-tempo, e poterla successivamente trascrivere.

Ovviamente non tutta la musica lavora a sedicesimi, per cui dobbiamo lavorare anche a esclusione: sempre con il nostro tappeto di sedicesimi possiamo identificare i sedicesimi stessi, ma anche gli ottavi e i quarti essendo rispettivamente la metà e la metà della metà. La difficoltà la incontriamo quando abbiamo divisioni che non sono multipli dei sedicesimi, in questo caso se notiamo che i nostri sedicesimi sono “troppo veloci” per la suddivisione del brano e gli accenti non coincidono, abbiamo a che fare con una terzina, viceversa se i nostri sedicesimi sono “troppo lenti” siamo di fronte a una sestina o a una suddivisione dispari. A questo punto non ti resta che ricalibrare il tiro, ovvero sostituire i tuoi sedicesimi con la nuova suddivisione di riferimento.

Ora passiamo alla fase di studio: come ho già scritto in un articolo precedente, la cosa migliore da fare è affidarsi all’utilizzo del metronomo, pur senza diventarne schiavi. Quindi un altro esercizio molto utile è quello del Counting: durante l’esecuzione canta ogni singola nota della suddivisione, in questo modo avrai sempre chiaro dove ti trovi e acquisterai maggiore consapevolezza dei tuoi movimenti. Non appena prendi confidenza con la suddivisione passa a contare la divisione minore (es. se sei a sedicesimi passi agli ottavi), così sino ad arrivare al contare i soli quarti.

Ecco la siballazione completa delle varie suddivisioni: “and” è l’articolo “e” in inglese, mentre le restanti sillabe e lettere non sono in pronuncia anglosassone ma italiana. Sulle quintine e settimine ho usato un mio counting personale, un ibrido con quello indiano, solitamente in quei casi si tende suddividere con la numerazione (one, two, three, four, fivee… ecc)

Una volta che avrai studiato con questo metodo andrai in sala prove con maggior sicurezza, senza il timore di andare fuori tempo.

Un altro consiglio che mi permetto di darti è di continuare a contare anche durante le prove sino a quando ogni passaggio del brano verrà naturale. E se non ti senti sicuro, fai del Counting anche quando sei in live, è un ottimo anti-stress e previene dagli errori, io lo faccio sempre e con me funziona. Chi non Risica non Rosica.

IL bigino dell’ARRANGIATORE: 
poche IDEE ben CONFUSE

Poche idee ben confuse

Mi capita spesso di lavorare con artisti che richiedono una consulenza o che mi affidano l’arrangiamento dei propri lavori ma non hanno in mente cosa comporti questo intervento.


Le casistiche si possono ridurre a due aree distinte: la prima è fai come ti pare, la seconda invece è lavora solo con quello che ti do.

Se nel primo caso il lavoro procede liscio: trascrizione delle linee principali, analisi armonica, composizione ed orchestrazione, controllo finale da parte del committente; la seconda opzione è sempre più complessa.

È sempre necessario un feedback dell’artista per cui si lavora, evitare scontri inutili sta alla nostra duttilità ed abilità nell’inserire quanto necessario senza snaturare la scrittura o il genere di riferimento, ma anche dare giustificazione alle proprie scelte è una giusta alternativa. Molte volte mi permetto di aggiungere qualcosa di personale, all’apparenza estraneo al brano, ma ogni scelta opportunamente motivata ha pagato il rischio.

Il problema sorge nel momento in cui l’artista non è in grado di comprendere le fasi di lavorazione: per lui la scrittura è stata il songwriting. La difficoltà di chi prende questa posizione è la chiusura di fronte a qualsiasi input esterno, e la reticenza ad andare a fondo del suo lavoro preliminare.

Arrangiare vuol dire anche comprendere i meccanismi descrittivi che motivano la scelta di certi accordi, parole o strutture. Quando ci troviamo davanti un muro di gomma è impossibile procedere.

Ancora più difficile è mettersi al lavoro con le band. I brani che un gruppo porta sono retaggio di abitudini meccaniche allo strumento e non tengono conto di una scrittura funzionale. Il registro, il timbro, la diteggiatura, la scelta nella programmazione di un suono ed i fraseggi stessi si stratificano su atteggiamenti musicali di anni di prassi strumentale sempre uguale. Oltre a questo non vengono recepiti gli input musicali, e si rischia di fare i 4 brani di un demo con delle linee che si somigliano in un modo imbarazzante.

Grazie agli dei non è sempre così!

Questo è un ottimo esempio di un arrangiamento non scontato!

In questo caso però vogliamo immergerci nel prototipo di situazione del lavora solo con quello che ti do. Tanti brani che mi vengono sottoposti sono delle continue proposte di temi nuovi su temi nuovi, riff che cambiano completamente invece di modellarsi nel corso del brano. La frase che popola i miei colloqui preliminari e i diversi incontri di perfezionamento della scrittura è: minimo sforzo, massima resa.

Dipende molto dal genere che si sta affrontando e dal fine descrittivo del brano in questione, ma spesso la giustapposizione dei temi avviene senza un nesso logico-musicale, come se vi trovaste con un parlante che passa dal raccontare dello scorso sabato sera alla briscola con la nonna quando aveva otto anni.

L’esempio è strampalato, ma credo abbia reso l’idea.

La mia proposta in questi casi è quella di applicare meccanismi di elaborazione elementari che arricchiscano il brano assicurando organicità e coerenza.

I sistemi di base per l’elaborazione sono quelli usati dai fiamminghi nel 1500 (Old but Gold!): l’inversione, ovvero la lettura del fraseggio sottosopra su un asse predefinito; il retrogrado, quindi la lettura dal fondo del medesimo stralcio melodico; e l’inversione del retrogrado. In questo modo da una semplice frase ne sono state ricavate quattro. Usare i sistemi di contrazione e dilatazione anche in modo non uniforme permette di sfruttare una sola idea melodica in modi inaspettati.

L’altra proposta è la trasposizione, tonale o modulante, ovvero il processo per cui si muove il fraseggio principale passando su un diverso grado (tonale, non rispettando necessariamente gli intervalli), o muovendosi ad una nuova tonalità (modulante e quindi reale, riproponendo i medesimi intervalli).

Non si tratta di nulla di complesso, tanti di voi sanno benissimo di cosa sto parlando e mi auguro che applichino già questi espedienti.

Si tratta solo di riorganizzare le idee in modo da ottimizzare l’utilizzo del materiale musicale, in questo modo troverete la vostra produzione più prolifica e funzionale al lavoro in studio.

Migliora la tua performance Live con un click

Quando vai al concerto del tuo artista preferito, noterai che in molti brani spesso sono presenti parti melodiche aggiuntive o di strumenti che in quel momento non sono sul palco. Oppure capita che il gruppo inizi il brano con tutto l’organico presente senza il canonico stacco del “quattro” da parte del batterista. Com’è possibile che tutti i musicisti riescano partire perfettamente a tempo alla medesima velocità senza nessun tipo di sbavature? Semplice: attraverso l’ausilio del Click.

L’utilizzo del click (o metronomo, che dir si voglia) in contesti live ha sempre diviso i musicisti in fronti opposti. Da un lato c’è chi non lo concepisce perché ritiene che porti ad un’innaturalezza della performance, dall’altro chi lo considera un upgrade che permette di portare i propri brani a un livello superiore.

Personalmente non posso far altro che essere favorevole all’utilizzo del click dal vivo, per diversi motivi che ora vado ad elencare.

Innanzitutto ti da la possibilità di ottenere più confidenza in quello che fai. Il metronomo ti permette di concentrarti solo sulla tua parte, senza rischiare di rendere il tempo instabile a causa degli sbalzi di adrenalina e di insicurezza che talvolta travolgono noi musicisti. E non solo: una maggiore confidenza in quello che fai ti permette di aumentare la chimica all’interno del gruppo dando un forte senso di coesione, che nei contesti live è molto importante.

Un altro aspetto in cui risulta fondamentale è nell’utilizzo delle sequenze, ovvero delle parti realizzate in precedenza e azionate nel momento opportuno. Siccome queste vengono preparate a velocità prestabilite, è necessario che i musicisti siano sempre a metronomo per evitare di far fluttuare il tempo del brano.

Altro punto molto importante è l’estetica, e per esporlo vi porto l’esperienza dei King Crimson. Robert Fripp infatti ha obbligato tutti i musicisti ad avere il click nei propri monitor, in particolare per avere un maggiore impatto sonoro quando il brano inizia al massimo della sua dinamica. Eliminando il classico stacco con le bacchette, che prepara all’arrivo di qualcosa, l’ascoltatore si trova colto di sorpresa e di conseguenza è completamente immerso nel live.

Posso capire che per alcuni utilizzare il metronomo in un contesto stressante come quello del concerto possa essere difficile e a tratti perfino angosciante. Ecco perché voglio suggerire un piccolo trucchetto che utilizzo per poter rendere questo passaggio più facile e a tratti più divertente.

Anziché affidarti al classico ticchettio del metronomo puoi acquistare una drum machine e programmare dei pattern. Questo ti permetterà di avere comunque un preciso riferimento del tempo, ma eliminando il timore che il metronomo incute. Inoltre può essere un ottimo riempitivo per i tuoi brani perché ti permette di guarnirli con un fresco sound elettronico. Insomma: due piccioni con una fava.

Arturia Drumbrute: un'alternativa al click nella tua performance live