La critica alla ragion musicale: riflessioni sulla didattica della musica

Più passano gli anni e più mi convinco che l’evoluzione musicale (e di conseguenza anche la didattica) sia arrivata a un punto d’arresto. Non fraintendetemi: c’è ancora molto da scoprire e da sperimentare, la ricerca sonora grazie alle nuove tecnologie è in continua trasformazione, eppure l’insegnamento si ferma su dei dogmi congelati da più di vent’anni. Non voglio essere troppo polemico bensì esporre una mia umile riflessione con l’intento di stimolare pensieri e discussioni.

Pare chiaro che le basi anatomico scientifiche su cui ogni strumento si sofferma nel corso dell’apprendimento siano pressoché immutate, in quanto l’evoluzione umana non ha subito drastici cambiamenti. Di questo punto eventualmente ne riparleremo quando saremo in possesso di un terzo braccio, di un terzo polmone o avremo il raddoppiamento delle corde vocali.

La mia critica si basa sul tipo di apprendimento e di impostazione, nonché della propensione alla sperimentazione, che le scuole e le accademie propongono.

Solitamente i piani di studi si dividono in corsi amatoriali e corsi professionali, distinguendosi per numero di argomenti, tipo di approfondimento e durata complessiva. L’obiettivo più che giusto è offrire allo studente le nozioni utili e i mezzi necessari per eseguire in maniera impeccabile brani di complessità variabile e offrire un linguaggio corretto per esprimere la propria personalità artistica. Ed è su questo ultimo punto che secondo me vale la pena soffermarsi.

Da insegnante di batteria mi sono più volte chiesto se il mio approccio fosse corretto, se rispettavo le esigenze dello studente o se le mie spiegazioni fossero chiare. Ma tra un’autoanalisi e l’altra ecco che mi si è palesata la domanda chiave, che tutt’ora mi ruba ore di sonno: al mio studente sto insegnando un linguaggio per esprimere la sua personalità o sto formando la sua personalità per esprimere un linguaggio?

La domanda può sembrare ridicola, ma è più che lecita. Mi spiego meglio: chiunque insegna uno strumento per così dire “moderno”, utilizza dei riferimenti musicali che provengono da un contesto storico e culturale ben preciso e solitamente si tratta della musica di maggior diffusione dell’ultimo secolo. Una scelta doverosa e indispensabile per poter comprendere al meglio i meccanismi dello strumento, qualunque esso sia. Ma il problema sta nel fermarsi qui, che è quello che succede in molti corsi amatoriali e professionali.

Dal mio punto di vista lo studio dei generi e dei linguaggi risulta insufficiente per poter adempire al fine ultimo, ovvero quello di offrire i mezzi per poter esprimere la propria arte. Solitamente, alla fine di un buon percorso didattico lo studente raggiunge una buona consapevolezza su ciò che vuole fare, ma è ancora immaturo per poter capire come farlo, o meglio, lo apprende solo dopo svariati tentavi ed esperimenti. Il rischio è che le nozioni sin qui accumulate sedimentino e si solidifichino a tal punto da non essere più malleabili, per cui ogni forma di apprendimento successiva sia slegata dalla precedente, generando una conoscenza sezionata anziché una conoscenza cumulativa. Forse noi insegnanti potremmo essere utili (se non addirittura indispensabili) in questa nuova fase, agevolando il percorso personale dell’allievo.

L’insegnamento deve quindi divenire un processo di sperimentazione e continua contaminazione, esorcizzando gli “errori”, che devono essere visti come interrogativo attraverso cui giungere a una soluzione. Questa è una fase in cui i linguaggi dei diversi generi musicali devono mescolarsi per divenire un unico linguaggio, che risulterà diverso da persona a persona perché, come un liquido adatta la forma al suo contenitore, si adatterà alle peculiarità di ciascuno.

Per poter lavorare in questa nuova straordinaria avventura, noi insegnanti dobbiamo fungere da consiglieri che riescono ad avere un quadro d’insieme grazie ad un punto di vista esterno, notando ed evidenziando i tratti distintivi, colmando le lacune e smussando le irregolarità. Questo è un approccio che fortunatamente diversi insegnanti utilizzano, ma che ancora non è entrato a far parte della routine di molte scuole e accademie.

Ricordiamoci che gli errori non esistono, esistono solo punti di vista diversi.

Vuoi saperne di più su un particolare argomento?
Chiedi consiglio direttamente all’autore dell’articolo!
Scrivi a info@altrefrequenze.it

Una risposta a “La critica alla ragion musicale: riflessioni sulla didattica della musica”

  1. Bravo. Condivido in pieno.
    Insegno Teoria e Armonia e Arrangiamento Jazz alla “Civica” di Torino da abbondanti 20 anni. Penso di aver avuto fin dagli inizi un’impostazione didattica simile a quella che auspichi tu, forse per i miei interessi artistici che tendono a mescolare i linguaggi verso una sintesi e a superare divisioni talvolta stupide e controproducenti tra “generi” diversi. Ho sempre notato in giro che effettivamente tanti colleghi di altre scuole invece non si pongono l’obiettivo di dare strumenti espressivi personabilizzabili per l’allievo, ma semplicemente cercano di fargli seguire la forma canonica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *