La batteria in studio: scegliere il giusto strumento è già metà del lavoro

Quando lavoriamo in studio di registrazione è importante essere versatili non solo a livello tecnico, ma anche a livello sonoro. D’altronde l’attrezzatura di cui disponiamo sono i nostri ferri del mestiere, voi vi fidereste di un idraulico che porta con sé una sola chiave?

Per poter scegliere al meglio è necessario avere una panoramica di quello che il mercato ci offre, pur senza entrare nell’analisi dei modelli dei vari brand.

Partiamo dall’inizio: le bacchette. Come tutti sappiamo esistono un’infinità di modelli da far venire il mal di testa, per cui il consiglio che vi do è di cercare il peso che, per la vostra fisicità, vi permette di avere maggior controllo e agilità. Al tempo stesso prendiamo in considerazione anche il diametro perché, come insegna la fisica, maggiore è la massa maggiore sarà il volume; questo vuol dire che suonare jazz con le 5b (io lo faccio) vi costringe ovviamente ad applicarvi con maggior controllo. È importante che sappiate usare bacchette di diametro diverso in modo da poter aumentare le vostre capacità di adattamento. Ultima, ma non per importanza è l’oliva, ovvero la punta della nostra bacchetta: la variazione della sua forma comporta una variazione timbrica, soprattutto quando si suona il ride, quindi scegliete sempre con cura il modello.

Passiamo ora alle pelli. Anche in questo caso le varianti sono innumerevoli ed ogni brand ne inventa sempre di nuove, anche se non hanno ancora inventato quella che ti prepara il caffè… peccato. Qui mi limiterò ad esporvi quelle più utilizzate. Abbiamo le pelli mono-strato, caratterizzate da un suono più chiaro, una grande presenza di armonici e un buon sustain; le doppio-strato hanno invece un attacco veloce e potente e un sustain più controllato; le pelli idrauliche hanno un suono molto controllato e spostato verso le frequenze basse e un sustain molto corto.

Le pelli, inoltre, possono essere trasparenti o sabbiate (queste ultime tendono ad avere un suono più scuro e un attacco smorzato). Solitamente la pelle risonante è un modello più sottile rispetto a quella battente in modo da garantire la tenuta della nota, anche se ciò non impedisce di montare altri tipi di pelle: tutto dipende dalle esigenze del musicista e del brano da eseguire. Non parlerò qui di accordatura, perché credo che necessiti di un articolo a parte.

Prendiamo in esame ora i fusti, che sono l’amplificatore delle nostre pelli e determinano il timbro e le caratteristiche del nostro suono. Il materiale che viene utilizzato per la maggiore è il legno, che presenta caratteristiche diverse al variare del tipo di essenza utilizzata. Il più diffuso è l’acero, grazie alle sue caratteristiche di attacco, proiezione e risonanza, anche se per questo presenta maggiori difficoltà nell’ottenere una buona accordatura e di gestione del suono in fase di mix. Il secondo più usato è la betulla, che ha meno risonanze e per questo motivo consente un maggior controllo sia in fase di accordatura che in fase di mix. Altri legni come il mogano e il bubinga (generosi sulle basse frequenze) e il faggio (ottimo sia per la durata che per affidabilità sonora) sono poco commercializzati anche per la loro lavorazione più onerosa. Sarebbero da esaminare anche altri materiali come le leghe metalliche (che prediligo) e plastiche, che però risultano essere presi in considerazione solo come sperimentazione sonore. Anche in questo caso si tratta di un argomento molto esteso, che potremo approfondire in un prossimo articolo. Ovviamente, le dimensioni influiscono sul suono e l’intonazione del fusto. Il diametro e la profondità incideranno su ciò che sentiremo: più è profondo il fusto e maggiore è il suo diametro, più la sua nota fondamentale sarà grave.

Arriviamo infine ai piatti, che con il rullante rappresentano la nostra firma e la caratterizzazione del nostro suono. Consiglio di utilizzare piatti con un sustain controllato e con un range dinamico elevato, in modo da facilitare il lavoro del fonico. Oltre al diametro, tra le caratteristiche dei piatti ricordatevi di prendere in considerazione il peso: più sono pesanti, più il suono sarà brillante.

Spero di avervi dato una panoramica generale per poter scegliere lo strumento con le giuste caratteristiche per affrontare al meglio le vostre registrazioni. Se volete approfondire questo argomento contattateci!


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2 risposte a “La batteria in studio: scegliere il giusto strumento è già metà del lavoro”

    1. Ciao Fabio, un piatto più pesante nel momento in cui viene percosso rilascia un numero maggiore di armonici con un decadimento più lento, questo perché un piatto più pesante presenta una maggior quantità di materiale a parità di misure, per cui avrai solitamente uno spessore maggiore. Una precisazione: più brillante inteso come timbro non come altezza della fondamentale

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