IL bigino dell’ARRANGIATORE: 
non conosco questo GENERE

Siamo nel 2019, e si continua imperterriti ad incasellare generi, sottogeneri, correnti tematiche di sottogeneri di nicchia; underground di qui, mainstream di là…

Non se ne può più.

Ho sempre ritenuto che il lavoro del compositore – ed anche quello dell’arrangiatore – potesse facilmente assimilarsi a quello di uno scrittore poliglotta che si permette il lusso di utilizzare la lingua che preferisce per essere sicuro di cogliere al meglio l’essenza di quanto sta trasmettendo con le giuste sfumature.

Lavorando nell’ambito della musica contemporanea e d’avanguardia questo è all’ordine del giorno e proietta ogni lavoro al successivo con una spinta inimmaginabile, animando la ricerca personale, lo studio e l’approfondimento delle tecniche e dei linguaggi.

Questo è ciò che mi permette di aggiornarmi, di sperimentare e di proporre soluzioni che possano assecondare le esigenze di un committente, tanto nella mia produzione, quanto nei lavori in studio. Ed in particolare per questi ultimi – d’altra parte il Bigino dell’Arrangiatore a questo serve – la richiesta principale, sebbene implicita, è un’estrema flessibilità, perché: “siamo nel 2019, e si continua imperterriti ad incasellare generi, sottogeneri, etc…”.

La flessibilità prevede che io sia in grado di fare un arrangiamento gospel oggi, uno indie domani, e tra una settimana passare a del technical-death metal dopo una giornata di quartetto d’archi che registra Brahms.

Challenge accepted!

Si tratta della normalità. Ho sempre percepito la musica come un unico grande flusso che va dal folklore fino ad oggi con tutto quello che i secoli le hanno aggiunto. 

Il merito di questa visione risiede nella lungimiranza dei miei docenti. Ognuno di loro mi ha trasmesso questo pensiero come se fosse la più grande eredità che potesse regalarmi, come se fosse il succo del loro intero percorso di studi. E per quanto mi riguarda è davvero così!

Farsi strada nel flusso del tempo però richiede di essere un companion presente in Doctor Who, o…di essere il Dottore. Dato che sono entrambe ipotesi strampalate ci dovremo affidare alla terza: fornirci di un T.A.R.D.I.S. [Time And Relative Dimension In Space n.d.a.].

La nostra macchina del tempo risiede nelle nostre capacità di analisi, ovvero nella capacità di reperire informazioni in modo funzionale e poterle rielaborare per gli scopi espressivi. Spacchettare un brano nei suoi elementi principali, riuscire a comprenderne le verticalità ed il suo svolgimento nel tempo, arrivare a comprendere come sono stati prodotti certi suoni fa parte di questo. Ora il difficile sta nel mettere tutto insieme.

Il primo consiglio è quello di non porre limiti a nulla. La nostra creatività non ha limiti, le possibilità strumentali, di produzione e post-produzione possono essere estese oltre i limiti stessi dello strumento, ed il mondo sonoro è in continua espansione.

Il secondo consiglio è di studiare ed ascoltare il più possibile, e ricordarsi che non è mai abbastanza. Cercare input musicali e teorici per poter approfondire il più possibile quanto già si conosce. Tempo fa cercavo un gruppo che facesse death-swing, ho googleato e l’ho trovato. Ho cominciato ad ascoltare e spacchettare informazioni dai pezzi – oltre a divertirmi molto perché i Trepalium sono davvero meravigliosi – e così ho imparato cose nuove.

Il terzo consiglio è quello di educarsi al piacere dell’analisi. Considerare la partitura come un’opera grafica è il primo passo per capire che un’analisi su carta è un ottimo metodo per comprendere i meccanismi che regolano un brano. E se la partitura non c’è abituarsi alla trascrizione.

Da ultimo: divertiti a sperimentare!
Cover, inediti, quello che vi pare, ma trasformalo. Applica sistemi strampalati, prova tecniche che non centrano nulla sui brani, gioca con la musica. Non è un caso che in diverse lingue il verbo sia proprio giocare.

Un estratto da Trash TV Trance di Fausto Romitelli

E soprattuto non perderti mai d’animo, perché ogni problema porta con sé una soluzione, ed ogni errore è un calco quasi perfetto del suo contrario. Non sono richiesti superpoteri, ma solo la voglia di buttarsi nel mare infinito delle possibilità musicali, in cui una cosa è certa: il naufragare è dolce…

Una risposta a “IL bigino dell’ARRANGIATORE: 
non conosco questo GENERE”

  1. A volte quando si è all’inizio la marea di materiale è fastidiosa. Troppo dispersivo. E troppe nicchie ermetiche di generi, sottogeneri, tendenze ..

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