Come si scrive una CHART? Pt.I – Appunti di semiografia

La chart è uno degli esempi più usati oggi per la scrittura musicale; le troviamo ovunque, sui siti, sui canzonieri, alle volte anche tra i brani inediti delle band: il loro scopo è di fornire una traccia agile per eseguire un brano, tuttavia è mancate di diversi elementi. Ma perché ha preso piede?

Le esigenze esecutive cambiano nel corso degli anni e la scrittura musicale muta insieme ad esse. Ma la chart non è proprio un prodotto della modernità, tutt’altro…

Tornando con un T.A.R.D.I.S a circa 11 secoli fa troviamo i primi esempi di trascrizione musicale che fanno pensare a tutto fuorché quello a cui siamo abituati oggi. Si tratta della notazione neumatica: i neumi sono dei segni che venivano apposti al testo per indicarne andamenti melodici, fraseggi ed articolazioni.

Un esempio di scrittura neumatica

Come per la chart si tratta di un’indicazione dipendente dal testo, che nel canto sacro era l’elemento principale dell’esecuzione musicale. Alcuni cantanti con cui ho lavorato hanno trovato interessante questa scrittura e la utilizzano nelle proprie chart: uno strano incontro tra passato e presente ma che ci da la misura dell’efficacia di questa scrittura.

Circa un secolo dopo la stessa scrittura si accompagnava alla notazione quadrata su tetragramma – antenata della scrittura su pentagramma.

La notazione quadrata spesso aveva indicazioni di tipo neumatico che indicavano articolazioni o tempo dei fraseggi.

Con l’avvento della musica strumentale iniziano ad affermarsi le intavolature, per liuto, tiorba ed altri strumenti a corde. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un prestito fatto alla modernità dal passato: l’intavolatura infatti è in tutto e per tutto identica alla moderna tablatura.

Non fatevi trarre in inganno! L’intavolatura italiana è al contrario: la corda più acuta è in basso.

La maggiore complessità della musica e le conseguenti richieste di precise indicazioni da parte dei compositori, hanno condotto alla scrittura su pentagramma, che permette di avere traccia fedele del discorso musicale; ma per quanto sia precisa non sempre descrive pienamente le indicazioni che il compositore vuole lasciare al musicista.

Nel ‘900 infatti, complice la nascita delle avanguardie, della musica elettronica, e di un recupero delle tradizioni (accademiche e folkloriche), la semiografia fa dei notevoli passi in avanti, arrivando a partiture che tutto sembrano fuorché un compendio di indicazioni musicali.

Da sinistra troviamo: Volumina [Gyorgy Ligeti], Stripsody [Cathy Berberian], Aria [John Cage].

I tre esempi che ho riportato in particolare fanno riferimento alla corrente dell’alea, il caso. In musica diversi compositori hanno optato per questa variabile, rendendo partecipe l’esecutore del processo creativo. In particolare si tratta di partiture con grafia d’azione: che preferiscono indicare il gesto o l’andamento musicale piuttosto che dare indicazione precisa dell’effetto richiesto.

Ad una prima occhiata sembrerebbe un fatto strano ed impreciso, ma spesso la grafia d’azione è più efficace di mille annotazioni. D’altra parte numerosi segni delle partiture tradizionali si riferiscono tanto al caso quanto alla gestualità; basta pensare ad un rallentando, ad un abbellimento, ad un punto coronato, tutti segni che implicano una scelta del musicista, nondimeno nel periodo barocco i ritornelli indicavano in realtà una ripetizione con variazioni virtuosistiche a scelta dell’esecutore. Riferendoci invece alle indicazioni d’azione basta pensare alle legature, che raggruppando le note del fraseggio indicano la continuità di un solo movimento.

Senza spingersi così ai limiti della scrittura arriviamo al jazz che con l’introduzione dell’improvvisazione solistica – e poi d’insieme – formula il classico layout dello standard jazz: un pentagramma che riporta la linea melodica principale e permette la formulazione dell’accompagnamento basandosi sulle sigle accordali.

La chart del famosissimo standard Giant Steps di John Coltrane.

La ricchezza di questa scrittura si estende al non scritto: sostituzioni, progressioni e cadenze interne, fino ad arrivare ai momenti di solo, tutti fattori dipendenti dal musicista stesso che hanno condizionato la scrittura e quindi l’esecuzione fino ad oggi in tutti i generi, dal pop al metal estremo.

Quello che abbiamo presentato è un breve scorcio che vi invitiamo ad approfondire per scoprire come la scrittura si è evoluta fino ad oggi.

In questo modo trovare la trascrizione migliore per eseguire i vostri brani o le vostre set-list sarà una passeggiata e basterà solo adattarla alle vostre esigenze. 

Vuoi saperne di più su un particolare argomento?
Chiedi consiglio direttamente all’autore dell’articolo!
Scrivi a info@altrefrequenze.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *