La rubrica sotto l’ALBERO: 
i PROPOSITI per l’anno nuovo

Ogni artista sa che è bene guardare un po’ indietro nella propria attività: osservare con lungimiranza il percorso fatto, rincuorare il proprio super-io mostrando i propri progressi, accudirsi un poco e ricordarsi che tutti i soldi spesi in lezioni e strumentazione – affetti da GAS a parte – hanno portato frutto, lasciando un po’ da parte la propria parte giudicante.

L’anno nuovo porta con sé questi frutti ed è prossimo ad una nuova semina, ma cosa fare? Cosa inventarsi? Come reinventartsi nel 2020?

Il primo proposito deve essere lo studio. Se non ci penserete voi, sarà il senso di colpa a ricordarvelo, ed alla peggio la prima figuraccia in un concerto o in studio di registrazione. Quindi nel dubbio: STUDIARE!

Non bisogna tralasciare però la sfera intellettuale, il troppo esercizio allo strumento non condito di una sana lettura teorica rischia di essere infruttuoso. Un buon trattato di armonia, strumentazione o uno scritto storico sul proprio strumento sarà un catalizzatore per la vostra pratica.

Provare, provare e provare!
In gruppo, se si ha una band o un ensemble, ma anche da soli: provare soluzioni nuove allo strumento, provare a registrare in casa, provare a scrivere e trascrivere, almeno provare a provarci.

Risparmiare è uno dei principali imperativi, ma non necessariamente sul profilo pecuniario: risparmiare le proprie energie indirizzandole verso ciò che interessa davvero, valutare attentamente le proprie possibilità e dedicarsi al 100% ai progetti per cui vale la pena; allo stesso modo risparmiare tempo nello studio ottimizzando.

Col risparmio arriva l’investimento. È necessario investire su di sé per promuoversi nel modo giusto, per far valere le proprie conoscenze e fare la differenza. Non serve assumere un marketing manager per fare questo, il primo passo è lavorare al meglio delle proprie possibilità ed essere professionali con i propri colleghi: questa è la pubblicità gratuita che potete farvi.

Tenersi aggiornati è molto importante – non solo per fare i nerd sui gruppi Facebook – perché ci aiuta ad avere degli obiettivi. Conoscere le produzioni degli artisti che preferiamo aiuta a capire dove spingerci. Bernardo di Chartres diceva che siamo nani sulle spalle di giganti, quindi bisogna sfruttare questi spunti e progredire.

Oltre a questi propositi generali, ognuno conosce sé stesso abbastanza da sapere quali sono i sogni che vuole realizzare, quali le aspettative per il nuovo anno, quindi l’augurio è che possiate raggiungere i vostri obiettivi, che siano le scale per terze al violino (sono difficili di maledetto!) o il disco d’oro.

Lottate, lottate con forza per ciò in cui credete fino a raggiungere il prossimo obiettivo, e non vi scoraggiate se l’avete solo sfiorato, la prossima rincorsa sarà più energica della precedente.

Gli ultimi due propositi per il 2020 vogliono essere dei preziosi consigli da tenere sempre a mente: il primo è di lasciarsi ispirare dal mondo nel modo più genuino possibile, cercando di abbattere i pregiudizi e pensando di cogliere il meglio da ogni esperienza.

Il secondo, il più importante in assoluto e da profondere in ognuno dei precedenti, è di divertirsi. Se non vi divertite lasciate perdere e trovate qualcos’altro che vi faccia dire WOW! ogni volta.

Un DISCO da capo a fondo: i RUOLI nella gestazione.

La produzione di un disco vede diversi step da affrontare minuziosamente. Tanti giovani musicisti leggono dei propri idoli che vanno in studio ed ispirati – da non sempre ben note sostanze – realizzano i più bei singoli di sempre.

Mi dispiace infrangere i vostri sogni. Non funziona proprio così.

L’arte non è un fatto a caso ed è necessario curare la creazione di un prodotto artistico di qualità sin dal principio, mettendo in gioco diversi ruoli che devono cooperare per rendere il lavoro fluido e funzionale, ma soprattutto coerente.

Il compositore
Il primo passo nel concepimento è proprio lui. In base al tipo di produzione possiamo assimilare questo ruolo alla band, al cantautore o al compositore in senso accademico.

Il paroliere
È chi lavora al testo ed a stretto contatto con il compositore; può fornire la traccia sulla quale modellare l’accompagnamento prima ancora della scrittura musicale.

L’arrangiatore
Fornisce un’importante supervisione alla scrittura musicale; il suo ruolo è decisivo quando i brani sono scritti da una band o da un cantautore per assicurare forma, coerenza ed un ampliamento nell’orchestrazione.

L’editor
È un supervisore che aiuta la formulazione del testo: ne individua i tratti espressivi e formali e se necessario apporta modifiche dal più semplice piano lessicale fino a quello strutturale. È molto importante oggi con la crescente produzione in lingua inglese di non anglofoni per appianare le differenze inter-linguistiche.

I turnisti
Gli esecutori sono quelli che mettono i veri mattoncini per la costruzione di un pezzo: senza di loro non ci sarebbe nulla da registrare. In una band si tratta dei componenti, ma con produzioni più articolate i turnisti sono i protagonisti della produzione.

Il fonico
Lo studio di registrazione è il suo regno: con lui si lavora al timbro in fase di presa ed anche nelle fasi di post-produzione fino al mix ed al mastering per raggiungere il risultato migliore possibile per la registrazione.

Il direttore di presa
Molto diffuso nelle produzioni di musica classica e contemporanea, è sempre più raro da trovare negli studi di registrazione. Il suo compito è interagire con i musicisti per ottimizzare la fase di registrazione e dare indicazioni strumentali ed interpretative.

Il produttore
Per arrivare a confezionare un prodotto in vista della destinazione editoriale questa figura lavora a stretto contatto con il compositore ed il fonico, fornendo una ulteriore prospettiva alla direzione artistica.

Il manager
Meno partecipe alla realizzazione, è il tramite con cui gli artisti si interfacciano. Gestisce le comunicazioni e l’organizzazione dal punto di vista legale, promozionale e talvolta creativo.

Non tutti questi ruoli sono necessari, alcuni vengono ricoperti da una sola persona o possono essere più individui a vestire lo stesso ruolo con specializzazioni diverse, ed in questi casi la preparazione gioca un ruolo importantissimo!

Un compositore che conosce approfonditamente gli strumenti, l’orchestrazione e le modalità di registrazione potrà essere anche arrangiatore e direttore di presa; un arrangiatore può essere anche turnista perché abile allo strumento; il paroliere potrebbe essere fonico e produttore; e così via…

Le combinazioni sono davvero tantissime e molto interessanti: dipendono soltanto dal grado di conoscenza dei propri compiti.

Attenzione però!
Non sempre fare tanto vuol dire farlo bene, a volte è meglio lasciare spazio a chi è più esperto in un settore. 

Può essere che alcuni studi siano specializzati nel mastering e diventino un punto di riferimento per altri che lavorano sulla ripresa, sull’editing e mix. 
Appoggiarsi ad un editor non significa lasciare che la propria creazione venga deturpata, il lavoro è più a stretto contatto di quanto si pensa.
Lasciarsi guidare da un direttore di presa non limita la propria espressività, fornisce spunti per espandere le proprie possibilità.

Fare un disco non è un lavoro semplice, MA È UN LAVORO BELLO!
Come per una brigata in cucina tutto deve lavorare in perfetta sincronia: il rôtìsseur prepara la carne, il saucier si dedica alle salse e l’entremetier appronta le verdure. Tutti e tre terminano a tempo perché il capopartita possa assemblare e mandare al servizio.

Una solida preparazione, un obiettivo comune ed il rispetto dei ruoli sono fondamenta sicure per affrontare questo lavoro, e sono da rafforzare ogni giorno con lo studio e lo scambio!

The DOCTOR is IN: gli sgami della nonna contro l’ANSIA da palcoscenico

Se dicessi si non averne sofferto mentirei spudoratamente. I miei colleghi potrebbero raccontare quanto negli anni io sia riuscito ad essere odioso poco prima di un concerto.

Ma grazie al cielo non lo faranno. 

Le cose cambiano, si matura personalmente, artisticamente e tecnicamente, fino ad affinare le proprie strategie sul palco e appena prima.

L’ansia da palcoscenico è normale. 

Tanti si lasciano sopraffare dall’emozione e dal fremito adrenalinico temendo che possa essere controproducente, ma non sempre è così. La nostra percezione e la nostra capacità di affrontare le situazioni cambiano nel tempo; da giovani un errore può provocare più una risata che un senso di vergogna. Crescendo si diventa più esigenti con sé stessi e con gli altri e si finisce col sovraccaricarsi di responsabilità ed aspettative.

Qui arriva l’ansia da palcoscenico.

C’è chi è scaramantico ed ha la tastiera storta di quei 12,4° rispetto all’asse terrestre.
C’è chi ha invitato i parenti, gli amici, la ragazza al secondo appuntamento.
Ci sono quelli che non sanno benissimo i brani.
E poi c’è chi fatica a gestire le situazioni di tensione.

Non esiste una vera e propria ricetta per arrivare tranquilli sul palco, le strategie sono infinite e non universali, ma ci sono alcune operazioni preliminari che aiutano in ogni situazione.

Studiare i brani fino ad essere consapevoli di ogni nota che inserirete o dei punti in cui improvviserete, fissando i momenti musicali principali è il primo punto che stroncherà la vostra preoccupazione. Le prove non servono solo a studiare in brani insieme ma concorrono a costruire un sistema di fiducia reciproca che permette al gruppo di essere un unico grande esecutore. La sala prove è un’inesauribile risorsa di crescita e di studio, tanto che anche una prova brutta è utile: riuscire a risolvere un errore a favore di una soluzione fuori dall’ordinario, conoscere meglio il modo di suonare dei nostri colleghi fino ad essere in grado di prevedere alcuni passaggi ed assecondarli, sono solo alcuni degli obiettivi di una band davvero funzionante.

Fidarsi dei propri colleghi è il principale deterrente contro l’ansia da palcoscenico, e questo avviene se tutti sanno essere pronti e reattivi. Tanti musicisti prendono sottogamba tanto l’adrenalina da paloscenico, quanto i suoi rimedi: suonare con il chitarrista intontito dalle canne, il bassista ubriaco ed il cantante che ha mischiato aulin e sambuca è una situazione che li rende tutti e tre tranquilli sul palco, ma non rende tranquillo il quarto: quello sobrio. 

Lungi da noi condannare una birra post-concerto o un buon bicchiere di vino; piuttosto la riflessione che proponiamo è questa: vi fareste mai operare da un medico ubriaco? andreste al supermercato con l’addetto ai salumi che ha appena vomitato sulla mortadella che sta per servirvi? cheffà, lascia?

C’è poi la fiducia in sé stessi, che forse dovrebbe stare al primo posto. Per molti la musica è un mondo che esclude questo problema. Il concerto riporta tutto su un piano troppo reale ed allora come fare per avere più fiducia in sé.
È un percorso che si fa giorno per giorno, ma per chi fosse all’inizio e facesse parte di una band si ricordi che c’è almeno un altro, forse due, forse tre, quattro, cinque, che si fidano ciecamente di lui.

Chiunque intraprenda seriamente la professione o l’hobby della musica e si trovi a calcare qualche palco avrà sempre il brivido della performance, un brivido talmente freddo da poter paralizzare a volte, ma l’importante è non demordere!

“Tutto il mondo è un palcoscenico”, diceva Shakespeare.
La maggior parte delle difficoltà che si incontrano nella vita sono ben altra cosa rispetto a quello che vi aspetta sul palco, quindi prendetelo per quello che è: un momento solo per voi, dove siete voi i protagonisti e vi meritate ogni fotone che arriva dai faretti, ogni millimetro quadrato della superficie, ogni watt dell’impianto, e fanculo agli stronzi che saranno lì per criticarvi: non c’è peggior critico di sé stessi, e non ce n’è di più autorevole.

La critica alla ragion musicale: riflessioni sulla didattica della musica

Più passano gli anni e più mi convinco che l’evoluzione musicale (e di conseguenza anche la didattica) sia arrivata a un punto d’arresto. Non fraintendetemi: c’è ancora molto da scoprire e da sperimentare, la ricerca sonora grazie alle nuove tecnologie è in continua trasformazione, eppure l’insegnamento si ferma su dei dogmi congelati da più di vent’anni. Non voglio essere troppo polemico bensì esporre una mia umile riflessione con l’intento di stimolare pensieri e discussioni.

Pare chiaro che le basi anatomico scientifiche su cui ogni strumento si sofferma nel corso dell’apprendimento siano pressoché immutate, in quanto l’evoluzione umana non ha subito drastici cambiamenti. Di questo punto eventualmente ne riparleremo quando saremo in possesso di un terzo braccio, di un terzo polmone o avremo il raddoppiamento delle corde vocali.

La mia critica si basa sul tipo di apprendimento e di impostazione, nonché della propensione alla sperimentazione, che le scuole e le accademie propongono.

Solitamente i piani di studi si dividono in corsi amatoriali e corsi professionali, distinguendosi per numero di argomenti, tipo di approfondimento e durata complessiva. L’obiettivo più che giusto è offrire allo studente le nozioni utili e i mezzi necessari per eseguire in maniera impeccabile brani di complessità variabile e offrire un linguaggio corretto per esprimere la propria personalità artistica. Ed è su questo ultimo punto che secondo me vale la pena soffermarsi.

Da insegnante di batteria mi sono più volte chiesto se il mio approccio fosse corretto, se rispettavo le esigenze dello studente o se le mie spiegazioni fossero chiare. Ma tra un’autoanalisi e l’altra ecco che mi si è palesata la domanda chiave, che tutt’ora mi ruba ore di sonno: al mio studente sto insegnando un linguaggio per esprimere la sua personalità o sto formando la sua personalità per esprimere un linguaggio?

La domanda può sembrare ridicola, ma è più che lecita. Mi spiego meglio: chiunque insegna uno strumento per così dire “moderno”, utilizza dei riferimenti musicali che provengono da un contesto storico e culturale ben preciso e solitamente si tratta della musica di maggior diffusione dell’ultimo secolo. Una scelta doverosa e indispensabile per poter comprendere al meglio i meccanismi dello strumento, qualunque esso sia. Ma il problema sta nel fermarsi qui, che è quello che succede in molti corsi amatoriali e professionali.

Dal mio punto di vista lo studio dei generi e dei linguaggi risulta insufficiente per poter adempire al fine ultimo, ovvero quello di offrire i mezzi per poter esprimere la propria arte. Solitamente, alla fine di un buon percorso didattico lo studente raggiunge una buona consapevolezza su ciò che vuole fare, ma è ancora immaturo per poter capire come farlo, o meglio, lo apprende solo dopo svariati tentavi ed esperimenti. Il rischio è che le nozioni sin qui accumulate sedimentino e si solidifichino a tal punto da non essere più malleabili, per cui ogni forma di apprendimento successiva sia slegata dalla precedente, generando una conoscenza sezionata anziché una conoscenza cumulativa. Forse noi insegnanti potremmo essere utili (se non addirittura indispensabili) in questa nuova fase, agevolando il percorso personale dell’allievo.

L’insegnamento deve quindi divenire un processo di sperimentazione e continua contaminazione, esorcizzando gli “errori”, che devono essere visti come interrogativo attraverso cui giungere a una soluzione. Questa è una fase in cui i linguaggi dei diversi generi musicali devono mescolarsi per divenire un unico linguaggio, che risulterà diverso da persona a persona perché, come un liquido adatta la forma al suo contenitore, si adatterà alle peculiarità di ciascuno.

Per poter lavorare in questa nuova straordinaria avventura, noi insegnanti dobbiamo fungere da consiglieri che riescono ad avere un quadro d’insieme grazie ad un punto di vista esterno, notando ed evidenziando i tratti distintivi, colmando le lacune e smussando le irregolarità. Questo è un approccio che fortunatamente diversi insegnanti utilizzano, ma che ancora non è entrato a far parte della routine di molte scuole e accademie.

Ricordiamoci che gli errori non esistono, esistono solo punti di vista diversi.

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Lo show business è diverso, non sbagliato

Facendo un’indagine veloce è molto facile trovare milioni di opinioni negative riguardo lo stato attuale del mondo musicale.

Tralasciamo per un attimo le competenze artistiche e le capacità musicali: la discografia fa parte dello show business, quindi è intrattenimento, proprio come lo sono L’isola dei famosi, Le iene, i palinsesti delle radio e Spotify. Ok, qualcosina di “informazione” c’è, sparso qua e là, ma si parla di una percentuale piuttosto bassa.

Il fatto è che, per molti artisti, la musica nasce da un disagio, da una necessità, da una cosa dentro che non si può spiegare e che ha radici nel profondo dell’animo. Sentirsi affiancare alle veline nelle vesti di intrattenitori non è poi così gratificante quanto può esserlo sentirsi affiancati a Bob Dylan nelle vesti di genio musicale. Eppure, anche lui fa intrattenimento.

Ci sono delle differenze, però, tra i protagonisti del passato e quelli odierni. A livello economico si può dire che i big di una volta facevano, in proporzione, molti più soldi di quelli che vengono fatti oggi. E ne venivano spesi anche molti di più per fare un concerto o un tour. Parliamoci chiaro: nulla di più normale. Solo 70 anni fa la radio iniziava a diffondersi, e seguì a ruota la televisione. Oltretutto si usciva da un periodo difficile per la popolazione mondiale (ben 2 guerre globali in 25 anni, in un periodo in cui la gente era davvero chiamata alle armi) e la voglia di novità e di benessere era molta. La musica esisteva già, ovviamente, ma la sua diffusione in ogni casa permise agli artisti di diventare delle vere icone. D’altronde non c’erano molte alternative: o la loro musica o il calcio o la zappa/catena di montaggio.

Oggi non è più cosi. I fan possono scegliere cosa ascoltare, dove e quando. La scelta è cosi ampia che a volte è quasi una prigione e, infatti, stiamo arrivando al punto di regalare la nostra attenzione a fenomeni mediatici decisamente discutibili, giustificati dalla loro “originalità”, a scapito di chi crea contenuti davvero utili e interessanti.

Ci sono video Youtube virali come quello del ragazzo koreano che mangia (tanto, ma proprio tanto) e conta circa 6.245.144 di visualizzazioni… oppure quello del bambino che gioca con un fidget spinner (ha solo 8 anni) e che conta circa 21.643.376 di visualizzazioni. Si potrebbe andare avanti e la lista si farebbe via via più “curiosa”!

Insomma, oggi la gente cerca qualcosa che è difficile da categorizzare. Cioè, se chiedi a qualcuno quando gli interessa guardare un tipo che mangia, di sicuro risponde “perché mai dovrei guardarlo?” eppure poi i numeri cantano.

Spiegarsi il fenomeno che ha portato lo show business ad essere guidato dall’immagine (in ogni sua forma) è abbastanza semplice: il nostro cervello ragiona per immagini. Nel momento stesso in cui pensiamo a qualcosa, lo stiamo vedendo (anche solo mentalmente).

Ecco perché ha spopolato facilmente MTV. I videoclip davano un volto e una storia alle canzoni e, di conseguenza, il nostro cervello non aveva più bisogno di inventarsi nulla. Immagini pronte da associare a quella melodia, a quell’artista e a quelle emozioni. E da lì poi veniva alimentato il bisogno di appartenenza al gruppo di pari e quindi si sono alimentate le mode e di conseguenza i cloni e così via. Si è arrivati perfino ad abituarsi solo a ciò che si vede o sente in tv/radio, tanto da non riconoscere più la versione “reale” delle cose. Vedi l’articolo: Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

Quello che la maggior parte dei player nel mondo musicale dimentica è che, in quanto settore dell’intrattenimento, anche i cantanti devono saper giocare con l’originalità. Non basta più saper cantare o suonare, ci sono troppe persone al mondo capaci di farlo. Oggi quante belle voci si possono trovare su Youtube? Cioè, non fraintendeteci, il piacere di ascoltare un bel suono (proveniente da qualsiasi strumento) resta una delle più gradevoli sensazioni conosciute all’essere umano, ma questo dipende anche (o meglio soprattutto) dalle associazioni fatte (anche inconsciamente) dal nostro cervello. Qui approfondiamo l’argomento: La musica è droga per il nostro cervello.

Quindi va bene la bella voce, ma non bastaCerto, su una popolazione di circa 7 miliardi di persone, una fan base di qualche milione non è rappresentativa dell’interesse collettivo globale, infatti gran parte delle visualizzazioni online sono date da un pubblico che va dai 7 ai 25 anni. Il fatto è che pubblicare un video su Youtube fatto col cellulare costa veramente poco e, azzeccato il contenuto, può raggiungere tante persone in pochissimo tempo. È per questo che gli artisti di oggi si impegnano cosi tanto a fare le stories su Instagram: se ognuna viene vista da 250mila persone in 24 ore (su una fan base di 3 milioni) significa che gli sponsor non tarderanno ad arrivare e che, in cambio di contenuti costanti, porteranno soldi costanti (e non pochi!).

Tutti coloro che credono ancora nello stand da 15mila euro alla Fiera dell’Artigianato (convinti sia una mossa da top player del settore) solo perché, in 10 giorni, ci passano 3 milioni di persone dovrebbero forse rivedere l’esponenzialità del loro business? Il ROI è davvero così alto? Non è che la maggior parte delle affluenze sono famiglie che la vedono come un’alternativa simpatica al parco giochi sotto casa o al giro in centro?

Insomma, tornando alla musica, c’è poco da opporsi al sistema discografico perché, volente o nolente, è guidato da meccanismi economici. Lo show business deve intrattenere e, più persone intrattiene, più sta funzionando bene, giusto?

Viene da chiedersi se valga la pena costruirsi una carriera basata sul concetto di “musica come arte” quando di veramente artistico, nello show business, ci sono solamente i nuovi modi per fare soldi.