Kit di sopravvivenza: conoscere melodia e armonia non uccide

Tra gli enormi vantaggi di suonare uno strumento percussivo come la batteria c’è senza dubbio il sollievo dalle ore di studio passate sull’armonia e sulla melodia.

Già… Forse vent’anni fa!

Oggi giorno un batterista che si rispetti deve non solo conoscere il proprio strumento, ma deve essere in grado di arrangiare, comporre, dare senso alle proprie melodie.

È finito il tempo in cui il batterista, mentre pianisti e chitarristi parlavano di intervalli e tonalità, si perdeva nei meandri del suo pensiero per mancanza d’interesse sull’argomento.

Certo, studiare certe cose richiede molto tempo e potrebbe anche molto noioso. Però potrebbe portare enormi vantaggi sul nostro modo di concepire la batteria.

Se non ne sei convinto ti riporto alcuni esempi di grandi batteristi dallo stile unico che, grazie allo studio di melodia ed armonia, hanno costruito un drumming basato sullo sviluppo melodico del proprio drum set.

Marco Minnemann è considerato uno dei batteristi più ecclettici del momento. Il suo stile è unico ed incredibilmente musicale perché basa il suo drumming su una melodie che ripropone sul drum set.

Danny Carey, batterista dei Tool, crea sezioni ritmiche sfruttando i rudimenti batteristici sui tom, generando linee melodiche che si incastrano perfettamente con le linee di chitarra e basso, generando anche groove del tutto innovativi ed estremamente interessanti.

Tornando indietro di qualche anno troviamo Bill Bruford, batterista dei King Crimson. Amante dei Flam, sfruttava questo rudimento come ricerca sonora e timbrica. Ha concepito la batteria come se fosse un pianoforte, e questo gli permetteva di sviluppare groove e fill elettrizzanti, sfruttando anche il concetto di coordinazione armonica.

Ecco quindi tre batteristi che (insieme a molti altri) hanno in comune la conoscenza della materia melodica armonica, aiutati anche dal fatto di essere polistrumentisti. Essi rappresentano l’esempio di come lo studio di materie non propriamente batteristiche, saggiamente utilizzate, possa servire ad ampliare le proprie performance e migliorare la propria personalità artistica, distaccandosi dal semplice accompagnamento col groove.

Africa e India: dove il ritmo ha avuto inizio

Quando è cominciato il ritmo? Qual è stato il primo atto definibile come esecuzione ritmica? Sono domande molto complesse, a cui però proviamo a dare una risposta.

Se escludiamo per un attimo il concetto di paesaggio sonoro, teorizzato da Schafer e ci concentriamo unicamente sulle attività umane, possiamo dedurre che la musica nasce prima di tutto come ritmo.

Facendo un salto temporale nella Preistoria possiamo notare la nascita dei primi tamburi, che venivano utilizzati esclusivamente come sistema per ammorbidire le pellicce che venivano utilizzate come abiti.

Ebbene, durante questa attività era importante cadenzare i colpi per non perdere il ritmo, essenziale per ottenere un risultato ottimale. La prima forma musicale era quindi una cadenza ritmica fondamentale per la sopravvivenza!

Con il passare degli anni il ritmo ha avuto enormi sviluppi, acquisendo diverse complessità nelle varie culture. Basti citare l’importanza che Pitagora e i filosofi greci in genere davano al ritmo (alla musica in generale) come massima espressività artistica, culla della conoscenza matematica.

Sono però fermamente convinto che il tempo abbia due madri, due radici fondamentali per la sua comprensione che andrò immediatamente ad esplicare.

Il continente nero è storicamente noto per la tratta degli schiavi, che ha creato una cicatrice multisecolare difficilmente dimenticabile.

Nonostante la nostra spietatezza, l’Africa ci ha regalato doni meravigliosi e tra questi abbiamo la musica percussiva.

La vita nei luoghi aperti ha portato le popolazioni a creare potenti strumenti a percussione come il Djembe. Suonati in gruppi piuttosto numerosi, questi strumenti generano un volume in grado di spaventare i nemici, scacciare gli spiriti malvagi e attirare gli spiriti benevoli.

Musicista che suona un djembe

Si tratta di musica puramente improvvisata, molte volte ricca di poliritmia. Questo perché si cerca di instaurare un dialogo tra i musicisti: una percussione fa la domanda, l’altro risponde.

La quasi assenza del battere inoltre, genera una sensazione di totale apertura e libertà del momento, una sensazione fondamentale in qualsiasi rito, specie nelle pratiche Voodoo.

L’altro cuore pulsante del ritmo è senza dubbio l’India, che ha una filosofia in antitesi con quella africana ma di grande importanza per chiunque si affacci allo studio del ritmo.

Sempre legata alla sfera religiosa, la musica indiana può essere estremamente diversa nelle regioni del nord (definita indostana) rispetto a quelle del sud (definita carnatica).

In questo ambito i percussionisti sono legati al mero accompagnamento e solo nell’ultimo secolo hanno conquistato un posto di rilievo, sino a diventare solisti.

Ma allora perché definirla madre del ritmo? Beh, per l’incredibile capacità di costruire strumenti a percussione complessi come le Tabla e soprattutto per la millenaria filosofia intrinseca nella costruzione del brano.

Tabla Indiane: il bhayan è quello di diametro maggiore, dhayan quello con diametro minore

Partiamo con la difficoltà principale: le composizioni, definite Raga, sono cadenzate da matrici (fraseggi) che rappresentano il tema.

Solitamente la matrice è molto lunga e spesso viene spezzettata in cellule più brevi, generando frasi dispari che, ripetute ciclicamente, portano a compimento la frase. Questa caratteristica si legava alla loro suddivisione della giornata: Gli indiani infatti dividevano le 24 ore in 8 sezioni di 3 ore.

Come per la musica africana anche la musica indiana è basata sull’improvvisazione e la combinazione tra polimetria e poliritmia, che oltre a generare textures ritmiche complesse danno una sensazione di accelerato e rallentato.

Due mondi diversi, due modi di concepire il tempo, stesso obbiettivo: comunicare il proprio essere con l’arte.

La rubrica sotto l'ALBERO: Verso il NAMM 2020; resoconto di quello che è stato quest'anno.

Con le vacanze natalizie e la fine del 2019 abbiamo visto molte aziende dell’industria musicale sbizzarrirsi con nuovi prodotti che ingolosiscono la nostra fantasia, ma al contempo prosciugano le nostre finanze.

Con questo articolo facciamo una brevissima panoramica di cosa è stato quest’anno e quali prodotti a mio parere sono stati i più interessanti e innovativi.

Batterie

Spesso vediamo i marchi ampliare il proprio catalogo con nuovi kit e modelli, senza però portare una forte innovazione. Il discorso vale per i costruttori di batterie, di piatti, di bacchette, pelli e meccaniche. Al di là di questo, la mia personale opinione è che la qualità costruttiva stia migliorando ogni anno e sia sempre un piacere provare le novità che le aziende ci offrono. Molto interessante è il Welch Tuning System: un nuovo sistema che permette al batterista di accordare velocemente ed in maniera accurata il proprio strumento.

Nota dolente: la sezione batteria elettronica non ha avuto grandi novità quest’anno, speriamo nel 2020.

Chitarre e Bassi

Nuovi modelli e nuove finiture. Per i nostalgici l’uscita della Jimmy Page Telecaster di casa Fender è stata sicuramente una buona notizia.

Nella sezione effetti ed emulazioni sicuramente è stata interessante l’uscita del Kemper Profiler Stage, utile aggiornamento del sistema di profilazione più famoso in commercio.

Tastiere

L’anno 2019 ha visto oscurare l’impatto mediatico avuto gli scorsi anni dalla Yamaha Genos per fare spazio ad altri due colossi giapponesi: la Roland Fantom e la nuova versione della Korg Kronos. Queste due ammiraglie danno al tastierista un universo di possibilità di programmazione e sonorità, affiancate da un’interfaccia molto intuitiva che non spaventa nemmeno i musicisti più sprovveduti!

Sintetizzatori

La fascia low cost ha avuto la meglio: nuovi Volca che lasciano ancora senza parole per il rapporto qualità/prezzo, nello specifico parlo del Modular, del NuBass e del Drum.

Estremamente interessante l’uscita del MicroFreak di casa Arturia, un synth ibrido con tastiera capacitiva e una matrice di modulazione che permette infinite possibilità.

Un po’ controverso l’Elektron Samples, un buon campionatore che però non ha conquistato come i sintetizzatori dell’azienda svedese.

Per chi se lo può permettere segnalo l’uscita del polifonico marchiato Moog, il Moog One.

Behringer

Questa azienda merita una sezione separata perché negli ultimi anni sta stupendo il mercato (sia per i prodotti sia per il marketing) con una vasta produzione in ogni settore, anche attraverso l’acquisizione di diversi marchi storici che ora fanno parte del suo Music Group.

Sorprendenti sono i nuovi cloni dei sintetizzatori che hanno segnato la storia della musica elettronica, così come le schede audio con preamplificatori Midas, che garantiscono una buona qualità a prezzi illegali (incredibilmente bassi).

Decisamente un’azienda che sta crescendo a livello qualitativo e che sta regalando soddisfazioni, soprattutto a noi poveri musicisti.

I trucchi del mestiere: contare i tempi complessi

Non è una pratica molto diffusa, ma contare è sempre stato il metodo migliore per non perdersi nei meandri del tempo, specie quando quest’ultimo è molto complesso e richiede una buona dose di concentrazione.

Oggi ti presenterò alcuni trucchi che potrebbero esserti d’aiuto per lo studio e per un upgrade della tua performance.

In un precedente articolo abbiamo parlato del counting e della sua importanza nel portare chiarezza nel brano che stiamo studiando. Mi limiterò quindi a ricordarti che contare la pulsazione della battuta è sempre un’ottima soluzione, oltre ad essere un ottimo esercizio.

Ma che succede se hai a che fare con tempi diversi dal 4/4? La prima cosa da fare è stare calmo e cercare di ragionare: supponi di avere a che a fare con un 11/16 (niente panico!) cosa puoi fare?

A prima vista l’istinto ti porterà a prendere un lanciafiamme e dare fuoco alla partitura ma, ahimè, l’acquisto di quest’arma può essere molto dispendioso e forse nemmeno troppo legale. Dovrai quindi arrangiarti in altre maniere: è scontato dire che contare per intero la battuta sarebbe difficile, perciò è conveniente adottare un sistema di scomposizione.

La scomposizione ti permette di dividere la battuta in tempi più semplici, rendendo più facile l’assimilazione della parte e soprattutto più semplice l’approccio a un tempo (o anche un fraseggio) particolarmente complesso. Questo sistema è molto utilizzato dai Tool.

Tornando all’esempio della battuta di 11/16, possiamo dividerla in due battute da 4 e una battuta da 3 (4+4+3=11). In questo modo ci avviciniamo alla nostra comfort zone, visto che le battute o i fraseggi a 4 e a 3 ci sono molto più familiari.

Prendiamo un secondo esempio: 15/16.

Anche in questo caso scarterei la possibilità di contare per intero la battuta. Però puoi pensare al 15/16 come un 5/4 a terzine (infatti se dividi i quarti in terzine avrai 15 movimenti), rendendo il tutto più digeribile.

Ovviamente il sistema di scomposizione può essere molto utile per lavorare con diversi punti di vista. Se dovessi prendere la classica battuta a 4/4, nessuno ti vieta, in fase di creazione o d’improvvisazione, di suddividerla in una battuta da 5/8 e una da 3/8 (5+3=8), una battuta da 3/4 e una da 1/4 (3+1=4) o una battuta da 9/16 e una da 7/16 (9+7=16).

In questo modo avrai la possibilità di creare brani in 4/4 con un groove diverso, oppure di utilizzare questo accorgimento per un solo o un semplice passaggio. Non c’è limite alla creatività!

Attenzione però: non abusare di questo sistema. Il rischio è quello di rivoluzionare l’intenzione del fraseggio, per cui ti consiglio di utilizzarlo con criterio.

I tempi dispari sono troppo difficili? Io non credo.

Nel corso degli anni spesso mi sono sentito dire che i tempi dispari sono troppo difficili o, peggio ancora, suonano artificiali. Come me penso che anche tu, soprattutto se sei fan di questi ritmi, ti sarai sentito dire le stesse cose. Penso però che i tempi siano sufficientemente maturi per discutere un po’ sull’argomento, rivolgendomi soprattutto a chi è più scettico sull’utilizzo del dispari.

Iniziamo soprattutto col dire che l’astio verso questi tempi definiti complessi è prettamente culturale. Il vecchio e nuovo continente hanno sempre preferito l’utilizzo dei tempi pari, con un equilibrio tra accento forte e accento debole. La presenza di questi due momenti era facilmente prevedibile e per l’ascoltatore le informazioni melodiche venivano assimilate più facilmente. Anche durante le marce militari americane la possibilità di dividere la battuta in due momenti principali permetteva di poter scandire fedelmente la pulsazione con il loro movimento.

Una maggiore complessità ritmica la otteniamo con l’utilizzo dei tempi ternari e composti (3/8, 3/4, 6/8, 12/8, …). Questi erano molto utilizzati nella musica sacra perché il movimento ternario della pulsazione evocava la perfezione della Trinità.

Spostandoci verso est la musica cambia, e la ricerca ritmica si fa sempre più complessa. I compositori russi infatti adottano molto spesso tempi dispari per poter “quadrare” le loro melodie, questo perché la melodia non è al servizio del tempo, bensì il tempo al servizio della melodia. Adottando questa prospettiva non esiste più il vincolo dei tempi pari, ma si ha la totale libertà di modellare lo spazio-tempo in base alle esigenze, divenendo padroni della materia musicale nel suo insieme.

Di simile filosofia sono anche gli indiani, i quali scompongono i tala (cicli ritmici della musica indiana) notoriamente costituiti da 16 movimenti, in frasi più brevi, adottando figure in 5 o in 7, con ripetizioni sino alla fine del ciclo.

A questo punto pare chiaro che per addentrarci nel modo dei dispari bisogna innanzitutto… ascoltare musica con tempi dispari! (sai che novità!?).

A questo punto vale la pena fare un altro passo in avanti ed eliminare il tabù dell’innaturalezza del dispari della musica, vendendolo non più come un ostacolo ma come una valida alternativa.

Per fare ciò ti propongo di fare questo semplicissimo esercizio: nell’immagine sotto riportata trovi delle clave (fraseggi) in dispari che ti propongo di eseguire prima lentamente, poi a velocità sempre maggiori.

Inizialmente esegui le frasi (singolarmente) con le mani, aiutandoti con la voce, successivamente

Raggiunta una buona confidenza con esse ti accorgerai di quanto queste cellule suonino molto naturali, ma soprattutto di quanto queste siano molto musicali. Ora, su questa frase comincia ad improvvisare con il tuo strumento creando groove o melodie sempre mantenendo la cellula di riferimento. In men che non si dica non solo stai componendo frasi in dispari, ma stai pure improvvisando! Come nel mio precedente articolo sulle quintine, siamo partiti da una frase di facile esecuzione per apprendere un concetto estremamente complesso.

Questa non è che la punta di un iceberg, ma è comunque il primo passo verso un mondo che spesso viene ingiustamente denigrato per la sua complessità.