Musica e QUARANTENA: stare bene premendo PLAY

In questi giorni più che mai si sente la necessità di “stare bene”, non solo dal punto vista fisico (data la pandemia in atto) ma anche, e soprattutto, dal punto di vista mentale.

La clausura forzata (ma anche giusta) è sicuramente un modo per evitare il contagio dal temutissimo Covid-19. Già… ma a quale prezzo?

Se da un lato è stata un’ottima scusa per riposarsi dal lavoro e dallo stress quotidiano, dall’altro è stata complice dell’aver aperto il vaso di Pandora, lasciando fuoriuscire la verità sulla nostra fragilità in quanto esseri umani.

Non potendo sfuggire dalle grinfie di un’inevitabile realtà dei fatti, possiamo solo distrarci e concentrare le nostre energie su quello che davvero ci piace: per noi musicisti è la musica.

Studiare, comporre musica porta con sé molti effetti positivi e aiutare a ristabilire in parte l’equilibrio psichico che questi giorni ci ha rubato.

E per i babbani? Coloro che non suonano, per loro è tutto perduto? Non sia mai!

Ascoltare musica infatti può essere una vera e propria manna dal cielo, non solo perché combatte la noia ma anche perché ci aiuta a “stare bene”.

Ovviamente non sono io a dirlo, ma la Scienza.

Come è noto ascoltare musica rilascia endorfine, ok… ma cosa sono?

Sono dei neurotrasmettitori (da profano, sostanza chimica prodotta dal cervello) che hanno funzioni analgesiche, un po’ come la morfina.

Insomma ci sentiamo più rilassati.

Un ascolto della musica attento inoltre, stimola il cervello e lo potenzia, questo perché vengono messi in moto molti meccanismi, tra cui i lobi temporali (la melodia), l’area di Broca (le parole) e il cervelletto (il ritmo).

Molto utile anche per allenare la memoria, indispensabile per avere la piena comprensione del brano (vedi articolo precedente).

Non a caso la Musicoterapia è molto utilizzata contro le malattie neurologiche.

Se volete farvi un regalo insomma ascoltate molta musica e fate un regalo a tutti: state a casa!

Per chi volesse approfondire il discorso vi consiglio i libri di Oliver Sacks e in particolare “Musicofilia

Oliver Sacks, medico e scrittore

Il RUMORE è davvero un fenomeno SPIACEVOLE?

Troppe volte associamo alla parola rumore un significato dispregiativo per descrivere quello che non ci aggrada o ci risulta incomprensibile all’orecchio.

Ma cos’è il rumore?

Il rumore non è altro che una vibrazione con oscillazioni irregolari, fatto che impedisce all’ascoltatore di percepire una qualsiasi frequenza come fondamentale. Questo andamento irregolare è la principale differenza tra ciò che definiamo rumore e quello che chiamiamo nota.

A causa di questa caratteristica il rumore viene spesso accantonato nella composizione ed evitato nelle scelte timbriche di gran parte dei generi musicali.

Ma io non sono d’accordo!

Essendo batterista ho a che fare con il rumore per professione: infatti la batteria altro non è che rumore; sta a noi batteristi assecondarne l’organizzazione per un risultato musicale. L’organologia ha fatto molto per contenere le percussioni e codificarle a specifici ruoli, ma sono celebri anche gli esempi in cui lo strumento del rumore per eccezione diventa protagonista ed ha anche molto da dire.

In secondo luogo mi trovo a concordare con quanto disse Russolo ne “L’arte dei Rumori“: la musica non è fatta di note, ma di momenti regolarmente scadenzati, andando a ricalcare quella che è una definizione largamente condivisa sul fatto che la Musica è organizzazioni dello spazio e del tempo sonoro.

Luigi Russolo

Periodare più a fondo nell’affermazione di Russolo mi affiderò alla scienza.

Siamo soliti definire il presente come l’attimo stesso in cui esso avviene,sebbene non sia così: è stato calcolato infatti che questo attimo dura poco meno di due secondi, dopodiché l’evento accaduto viene “archiviato” nella memoria per divenire passato.

Ora proviamo a trasferire questo concetto in ambito musicale. Potremmo arrivare a dire che i brani le cui suddivisioni viaggiano a 32 bpm non si possono considerare Musica, per quanto possa essere meraviglioso un loro fraseggio.
Questo avviene perché la pulsazione viene metabolizzata senza trovare una correlazione con quella precedente, perdendo a livello cognitivo la consequenzialità degli eventi, se non ad una successiva elaborazione.

Il risultato arriverà ad essere una serie di avvenimenti assoluti ed il filo melodico rischierà di perdere di significato.

Se quindi è il tempo che aiuta a definire un fraseggio musicale, possiamo arrivare a comprendere che anche il rumore – se opportunamente trattato – può essere utilizzato nella composizione. Nondimeno è facilmente comprensibile come un semplice inserto di rumore nell’esempio estremo fatto in precedenza, possa arrivare a collegare degli eventi sonori che altrimenti rischierebbero di diventare incomprensibili.

Per darvi qualche esempio vi lascio con due brani di Luigi Russolo (“Risveglio di una città” e “Serenata per intonarumori e strumenti“), un’esecuzione di John Cage (“Water Walk“) ed una di Steve Reich (“Pendulum music“), così che possiate farvi un’idea.

Russolo in compagnia dei suoi Intona-rumori

Se siete interessati all’argomento, vi consiglio di tenere d’occhio i nostri corsi e workshop dove avremo modo di approfondire il tema anche in ambito moderno, sia nella composizione che allo strumento.

La scelta sonora viene prima del groove?

In fase di scrittura, noi batteristi, siamo abituati ad elaborare groove e fraseggi in base alla sezione ritmica in corso, spesso quella dettata dal basso e dalla chitarra, o ancora dalle tastiere; e questo basta per poter dare spazio alla creatività.

Tutto molto bello, se non fosse per un piccolo particolare: il suono!

Lavorando con il “vecchio metodo” la scelta sonora risulta essere un surrogato di quello che abbiamo scritto, indipendentemente dall’importanza che diamo.

Essere o non essere… prima l’uovo o la gallina? Prima il suono o la composizione?

Come ho scritto nell’ articolo precedente, per ottimizzare i tempi durante la fase compositiva è necessario partire da un’idea, un concetto, e di conseguenza sviluppare il tutto senza alcun limite.

Basandomi su questo viene naturale capire quali scelte sonore possa sfruttare o quali suggestioni io voglia creare per dare forma al brano o quantomeno al groove.

Ebbene sì: il suono è tutto! Senza di esso non staremmo qui a discutere di musica, allora perché deve essere una conseguenza e non il fine ultimo?

Per capire che suono generare come impiegarlo è necessario capire cosa volete comunicare. Ogni soluzione timbrica ha dentro di sé dei richiami di varia natura che possono interagire con il nostro sistema nervoso in maniera diversa, che questa metta in risalto determinati armonici e o presenti una componente di rumore.

Nondimeno ogni suono viene recepito diversamente a seconda dell’ambiente culturale nel quale si è cresciuti o si è immersi, pertanto determinati suoni possono evocare sentimenti anche contrastanti. Questo è sicuramente un particolare molto interessante e da non sottovalutare.

Trovato il sound giusto va esercitata la sua articolazione al fine di acquisire una notevole dimestichezza, tale che la composizione possa essere molto più fluida e originale di quanto non abbiate immaginato.

Per destreggiarvi in questo argomento vi consiglio due letture che faranno luce su molti argomenti citati in questo articolo: “Il paesaggio sonoro” di Murray Schafer e “L’arte dei rumori” di Luigi Russolo.

Se vuoi approfondire questo argomento puoi iscriverti ai nostri corsi e partecipare ai nostri workshop!

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TECNICA o EMOZIONE: questo è il dilemma.

Schieramenti serrati da una parte e dall’altra: chi difende la spontaneità del gesto istintivo e chi, a spada tratta, imbraccia l’idea costruttivista del continuo esercizio. I chitarristi i primi a buttarsi in questa mischia, ed a seguire tutti gli altri, nessuno escluso.

Chi la spunterà?

Nessuno. 

Per entrambi gli schieramenti è una guerra persa in partenza: il solo pensiero di poter escludere una delle due parti in gioco mette sotto scacco la fazione; pertanto chiunque aderisca ciecamente ad una delle due parti manca nel comprendere i meccanismi che sottendono la pratica strumentale, compositiva e suggestiva.

C’è da dire però che almeno una di queste due parti un briciolo di lungimiranza in più ce l’ha: si tratta dei – se così possiamo chiamarli – tecnicisti.

Non che si tratti di una vittoria – a riguardo sono già stato abbastanza chiaro – tuttavia è facile comprendere come un musicista voglia andare oltre le proprie capacità, superare i propri limiti ed affrontare situazioni sempre nuove. 

Si tratta della vita: nessuno si accontenterebbe di gattonare quando può anche correre. Magari accetta di camminare veloce.

Il lavoro di musicisti, compositori, fonici e sound-designer è sempre un lavoro di scoperta, e quindi porsi nella condizione di studenti è il primo passo verso la risoluzione del dilemma che stiamo affrontando. Nondimeno gli strumenti evolvono, i manuali di tecnica si aggiornano, e grazie anche alle esperienze istintive dei più meritevoli.

Gli istintivisti penseranno che anche con l’esperienza si può apprendere, ed assolutamente hanno ragione, tanto che diverse volte sia io che i miei colleghi di AltreTecniche consigliamo l’esercizio e la sperimentazione quand’anche risultasse vana.

Sarebbe inoltre da sprovveduti non tenere conto del fatto che i manuali di tecnica nascono proprio dalle esperienze dei più lungimiranti che hanno avuto l’ardire di pensare – o la fortuna di avere – posizioni più consone allo strumento, soluzioni che nessun altro aveva pensato prima, e di farne una ricchezza per tutti.

Quindi dove sbagliano le due fazioni?

La prima, quella degli istintivisti pretende di fare tanti manuali quanti sono i musicisti sulla faccia della terra, non tenendo conto del fatto che accorciare i tempi di apprendimento non è una perdita nel fattore espressivo, ma una continua ricerca di un vocabolario più aggiornato e ricco; mentre i tecnicisti vorrebbero un unico manuale che possa racchiudere le tecniche più sopraffine andando ad uniformare le possibilità di tutti i musicisti.

Stando a questa analisi entrambi però sono mossi da nobili intenti: i primi insistono sulla soggettività dell’espressione, mentre i secondi puntano a portare tutti ad un alto livello.

Dunque, come spesso succede, la verità sta nel mezzo, ma non è così facile da scorgere, perché non sono pochi i problemi che si frappongono ad una visione globale di questo fenomeno, che non si ferma al semplice dibattito, ma rischia di diventare motivante – in una o nell’altra direzione – di atteggiamenti musicali e di studio che possono arrivare ad essere deleteri.

È sacrosanto preservare la soggettività del musicista, ma ritengo altrettanto sacrosanto che il musicista provi ad allargare i propri orizzonti strumentali. 

Si raggiunge una grande maturità espressiva quando si hanno tanti colori nella propria tavolozza, quando si conoscono tante tecniche. Il musicista tecnico però ha il dovere artistico di scegliere quali siano le più opportune allo scopo descrittivo o narrativo che intende raggiungere, e quindi di piegare la tecnica alla propria espressività. 

Questo non è un obiettivo. È un percorso da perseguire ogni giorno.
E proprio perché non si tratta di un obiettivo non ci sono voti, non ci sono giudizi.

La cosa principale con cui famigliarizzare in un percorso è affrontarlo con fierezza, guardando il passato con consapevolezza, ed il futuro con determinazione. Questo porta a comprendere ed accettare tutte le sfumature che un musicista può scegliere.

Quello che vedo in queste due posizioni estreme è una sorta di senso di inadeguatezza, in cui entrambi temono di essere privati della propria ancora di salvezza. Ma non è l’istintività né la tecnica a tenervi a galla: è la forza di volontà di imbracciare tutte le volte uno strumento a fare la differenza; la scelta sconsiderata di continuare una strada che ognuno di noi sa essere impervia.

I tempi dispari sono troppo difficili? Io non credo.

Nel corso degli anni spesso mi sono sentito dire che i tempi dispari sono troppo difficili o, peggio ancora, suonano artificiali. Come me penso che anche tu, soprattutto se sei fan di questi ritmi, ti sarai sentito dire le stesse cose. Penso però che i tempi siano sufficientemente maturi per discutere un po’ sull’argomento, rivolgendomi soprattutto a chi è più scettico sull’utilizzo del dispari.

Iniziamo soprattutto col dire che l’astio verso questi tempi definiti complessi è prettamente culturale. Il vecchio e nuovo continente hanno sempre preferito l’utilizzo dei tempi pari, con un equilibrio tra accento forte e accento debole. La presenza di questi due momenti era facilmente prevedibile e per l’ascoltatore le informazioni melodiche venivano assimilate più facilmente. Anche durante le marce militari americane la possibilità di dividere la battuta in due momenti principali permetteva di poter scandire fedelmente la pulsazione con il loro movimento.

Una maggiore complessità ritmica la otteniamo con l’utilizzo dei tempi ternari e composti (3/8, 3/4, 6/8, 12/8, …). Questi erano molto utilizzati nella musica sacra perché il movimento ternario della pulsazione evocava la perfezione della Trinità.

Spostandoci verso est la musica cambia, e la ricerca ritmica si fa sempre più complessa. I compositori russi infatti adottano molto spesso tempi dispari per poter “quadrare” le loro melodie, questo perché la melodia non è al servizio del tempo, bensì il tempo al servizio della melodia. Adottando questa prospettiva non esiste più il vincolo dei tempi pari, ma si ha la totale libertà di modellare lo spazio-tempo in base alle esigenze, divenendo padroni della materia musicale nel suo insieme.

Di simile filosofia sono anche gli indiani, i quali scompongono i tala (cicli ritmici della musica indiana) notoriamente costituiti da 16 movimenti, in frasi più brevi, adottando figure in 5 o in 7, con ripetizioni sino alla fine del ciclo.

A questo punto pare chiaro che per addentrarci nel modo dei dispari bisogna innanzitutto… ascoltare musica con tempi dispari! (sai che novità!?).

A questo punto vale la pena fare un altro passo in avanti ed eliminare il tabù dell’innaturalezza del dispari della musica, vendendolo non più come un ostacolo ma come una valida alternativa.

Per fare ciò ti propongo di fare questo semplicissimo esercizio: nell’immagine sotto riportata trovi delle clave (fraseggi) in dispari che ti propongo di eseguire prima lentamente, poi a velocità sempre maggiori.

Inizialmente esegui le frasi (singolarmente) con le mani, aiutandoti con la voce, successivamente

Raggiunta una buona confidenza con esse ti accorgerai di quanto queste cellule suonino molto naturali, ma soprattutto di quanto queste siano molto musicali. Ora, su questa frase comincia ad improvvisare con il tuo strumento creando groove o melodie sempre mantenendo la cellula di riferimento. In men che non si dica non solo stai componendo frasi in dispari, ma stai pure improvvisando! Come nel mio precedente articolo sulle quintine, siamo partiti da una frase di facile esecuzione per apprendere un concetto estremamente complesso.

Questa non è che la punta di un iceberg, ma è comunque il primo passo verso un mondo che spesso viene ingiustamente denigrato per la sua complessità.