Oggi le COMICHE: quando il PROGRESSO MUSICALE inciampa e cade di faccia.

In un precedente articolo abbiamo visto come le tecnologie musicali si siano evolute fino ad oggi. In questa rubrica parleremo di alcuni retroscena curiosi che costellano questo percorso.

Come prima cosa vi invitiamo a fare una ricerca sui predecessori del vostro strumento: nel corso della storia ci sono state soluzioni e aneddoti talmente strampalati da non poter essere dimenticati. Abbiamo selezionato i più curiosi e divertenti, se ne conoscete altri saremo felici di leggerli nei commenti!

Nel XVI secolo il musicista e compositore italiano Giulio Caccini inventa la Tiorba, un antenato della chitarra. Nell’era del non-internet il nostro pioniere viaggia per l’Europa, Tiorba in spalla, per promuovere lo strumento; ed è in uno di questi viaggi che si consuma la commedia.

Sbarcato in Gran Bretagna, il musicista si trova placcato dalle milizie, incarcerato per sei mesi e processato.
Che avesse dei precedenti? Macchè!
La Tiorba è chiamata anche Chitarrone perché è una bestia che va da 1,40 mt di lunghezza in su, con un certo peso ed ingombro; al solo vederla i soldati inglesi temettero che fosse un’arma per attentare alla vita dei reali, e quindi sequestrarono lo strumento, incarcerarono il Caccini, e fecero esaminare il pericolosissimo oggetto, ignari della novità.
La storia ha un lieto fine per Caccini: scarcerato proseguirà il suo tour promozionale, ma la Tiorba cadrà in disuso.

Lynda Sayce alle prese con la Tiorba

Il mio amico e collega Mattia Danesi ha lavorato ad un articolo sul doppio pedale, elemento amato ed odiato dai batteristi, spesso legato alla letteratura heavy ma con una genesi curiosa.

Nel 1939 Luigi Paulino Alfredo Francesco Antonio Balassoni, conosciuto come Louie Bellson (grazie al cielo), si chiede se valga la pena di portare tutti i rudimenti della batteria anche ai piedi, ma i gesti sbilanciati di cassa e charleston non sono d’aiuto. Nel repertorio orchestrale classico capitano figurazioni di colpi ravvicinati o rullate alla grancassa, quindi perché non riproporre l’effetto sul drumset?

Presto fatto: due casse con due pedali indipendenti. Il risultato è nuovo, ardito, tanto da far dire agli altri batteristi suoi contemporanei che non avrà seguito, insomma un impiccio inutile.
Come no…

Louie Bellson e la sua batteria con doppia cassa

Ora invece immaginate di essere pronti per il soundcheck del vostro primo concerto in Giappone, con i fan avidissimi di sentirvi sfrecciare sui tasti bianchi e neri di una parete modulare targata Moog. Accendete il modulare per suonare ma… PANICO! Il sintetizzatore non resta accordato!
Chiamate il produttore, e per telefono vi informa che il problema è la deriva termica, perché in Giappone fa troppo caldo e le componenti non reggono le temperature! Il consiglio è di prendere quanti più ventilatori potete e direzionali sul retro del sintetizzatore e sperare che funzioni.

Che fate? Ci credete?
Keith Emerson ha deciso di ascoltare il consiglio di Robert Moog, ed ha fatto bene, perché questo ha assicurato una performance sensazionale, e l’esperienza del musicista ha permesso di ovviare al problema con soluzioni all’avanguardia.

Robert Moog a sinistra, Keith Emerson a destra, ed alle loro spalle un modulare Moog


Questi sono solo alcuni degli aneddoti curiosi legati allo sviluppo tecnico degli strumenti, perché è la ricerca che rende viva l’arte, e – incarcerazioni a parte – è nel provare divertendosi che nasce l’inaspettato, il nuovo.


PS. Se vuoi approfondire l’argomento partecipa al workshop dedicato che si terrà presso lo studio di registrazione AltreFrequenze di Brescia!


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Enter the Matrix: l’elettronica nella musica moderna

Analogico o digitale? Strumento reale o plug-in? Cedere alla lusinga del MIDI o resistere alla tentazione?

Queste sono le principali domande che animano le discussioni dei musicisti di oggi, ma esiste un teorema che metta tutti d’accordo? Qui ad AltreFrequenze vogliamo scoprirlo!

Durante il workshop analizzeremo quali sono i vantaggi della strumentazione elettronica dal vivo ed in studio, in un pomeriggio denso di musica e dimostrazioni.

Sintetizzatori analogici, drum machine, Seaboard, workstation, batteria acustica ed elettronica, live-coding. Questo ed altro ancora per toccare con mano cosa ci viene offerto dalla tecnologia attuale.

Programma del workshop:

  • Ascolti guidati: confronto tra strumenti reali e virtuali
  • Una panoramica sui nuovi strumenti elettronici
  • Cosa comporta lavorare con l’elettronica
  • Dimostrazioni dal vivo con setup digitali e setup ibridi
  • Esempi pratici di programmazione

SABATO 11 MAGGIO ORE 14:30-17:30

La partecipazione è GRATUITA, l’iscrizione è obbligatoria.

Per info e iscrizioni contattaci all’indirizzo info@altrefrequenze.it

L’evoluzione della batteria in poco più di un secolo

Pochi strumenti musicali possono vantarsi di aver avuto un’evoluzione così repentina come la batteria, un’evoluzione che ha radicalmente cambiato sia la forma dello strumento sia l’approccio con cui viene suonata. Ed è proprio sulle modalità di esecuzione che mi vorrei soffermare.

Inizialmente la batteria accompagnava i brani in maniera molto timida su rullante e wood block, dobbiamo quindi aspettare gli anni 30-40 del ‘900 per cominciare a vedere i primi virtuosismi. Spostando il baricentro dell’accompagnamento sul ride e i piatti in generale che mantenevano l’ostinato scandito dalla cassa, il rullante colorava seguendo gli accenti dei fraseggi melodici e i tom fungevano da variazioni timbriche degli accenti. Non posso non citare Max Roach e Gene Krupa come i simboli di questa nuova fase. L’arrivo di Elvin Jones contribuì poi a contaminare la batteria con ritmi africani, dando vita a nuovi groove e nuove tecniche. Da qui in poi l’evoluzione divenne estremamente rapida.

Il rock sposta ancora il baricentro del ritmo e la cassa si distacca dal ruolo di semplice ostinato e diventa un elemento di spicco; velocità e potenza sono le parole d’ordine. John Bonham e Ian Paice sono le due colonne che rappresentano appieno questa fase.

Con l’arrivo di Billy Cobham e l’album Spectrum incomincia il Rinascimento della batteria nonché la nascita della Fusion. Da semplice accompagnatore, il batterista diviene parte integrante del brano con fill, incastri e groove studiati matematicamente, divenendo quasi più importanti rispetto al tema melodico; senza contare il fatto che Billy ha alzato l’asticella della preparazione tecnica a livelli che sino ad allora erano impensabili.

Questa nuova ventata di freschezza portò all’attenzione del vasto pubblico la musica colta e una maggiore diffusione del Progressive Rock, i canoni batteristici vennero portati all’estremo dando vita a un’intensa ricerca sonora e ritmica. Figlia di questa filosofia è la Black Page di Frank Zappa, che considero la composizione batteristica più bella della storia. In questo periodo la batteria divenne un vero e proprio strumento melodico.

Negli anni ’80, con l’avvento dell’Hard Rock e del Metal, la potenza e la velocità aumentano e l’utilizzo della cassa diviene sempre più persistente grazie anche all’avvento del doppio pedale (con Dave Lombardo come uno dei massimi esponenti). Parallelamente a ciò la ricerca sonora continuava anche grazie alla nascita delle batterie elettroniche Simmons; Bill Bruford fu un pioniere e le integrò nel suo set acustico, arrivando addirittura a sostituirlo. Invito chi non lo conoscesse a fare una ricerca su questo grande batterista, forse il più grande innovatore dello strumento.

Bill Bruford

Dopo gli anni ’80 abbiamo uno spostamento dell’asticella sempre più in alto grazie a personaggi come Mike Portnoy, che oltre a un drumming esplosivo e creativo dimostra come la batteria pensata melodicamente possa portare a soluzioni inconcepibili. Successivamente troviamo Danny Carey, colui che più di tutti ha saputo sintetizzare la storia dello strumento, portando al massimo la preparazione tecnica e la sperimentazione sonora con un massiccio utilizzo di un setup ibrido.

Detto questo non resta che chiedersi: quale sarà la nuova frontiera? Io un’idea ce l’avrei…

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TECNOLOGIE MUSICALI. Così è come tutto ha avuto INIZIO.

Ogni anno fiere internazionali come NAMM e Musikmesse canalizzano l’attenzione del pubblico per mostrare cosa offre di nuovo il mercato strumentale. In un mondo in cui la tecnologia si rinnova fino a surclassare le proposte precedenti, non pare strano che per giungere ad uno standard ci siano voluti secoli.

La storia della musica è quella del progresso tecnico e tecnologico degli strumenti, e delle metodologie: il mercato di produzione artigiana e quello recente della programmazione si sono sempre mantenuti al passo con le novità. La ricerca sulle forme e i materiali, l’invenzione di nuovi strumenti, la nascita del digitale sono solo alcuni elementi del progresso tecnologico, inoltre il lavoro dei musicisti e beta-tester ha permesso di avere un feedback sempre più attivo con il campo di applicazione.

Ma questo non è solo frutto della modernità o dell’era di internet. Lo sviluppo tecnologico musicale c’è sempre stato! Se i nostri strumenti potessero guardarsi indietro vedrebbero un’infinità di rami di famiglia abbandonati, ed un tronco che li vede svettare all’apice della propria evoluzione.

Il giardino rigoglioso della Musica ha visto due date spartiacque del progresso tecnologico musicale che lo hanno rivoluzionato in modo indelebile:

Un esempio delle possibilità di connessioni MIDI


Bach scrive il Clavicembalo ben Temperato per affermare l’importanza del sistema di accordatura temperato che usiamo ancora oggi. Dave Smith e Chet Wood, invece, sviluppano il linguaggio informatico MIDI per mettere in comunicazione le macchine digitali – e quelle analogiche provviste del protocollo – in una rete di controllo mai vista prima.

Queste rivoluzioni così importanti hanno a che fare con il linguaggio, che per primo permette il progresso degli strumenti, che ora possono accorparsi in ensemble sempre diversi e unire le proprie linee di discendenza per raggiungere l’eccellenza costruttiva.

La fase più ricca del progresso artistico e tecnologico è il ‘900, secolo della modernità e delle avanguardie. Il lavoro congiunto di costruttori, musicisti e compositori è arrivato a vette altissime, portando lo sviluppo ed una letteratura che ha consacrato gli strumenti alla storia della Musica.

Di seguito riportiamo alcuni personaggi e strumenti protagonisti del XX secolo.
Nel 1919 Leon Theremin inventa l’omonimo strumento, con il grande lavoro artistico e trattatistico di Clara Rockmore; il 1928 vede nascere l’Onde Martenot, caro al compositore francese Olivier Messiaen; nel 1933 Paul Hindemith scopre il Trautonium e fonda la prima classe di musica elettronica al Conservatorio di Berlino; Stockhausen nel 1955 scrive il primo brano per sintetizzatore modulare, e Wendy Carlos lo impiega per eseguire Bach nel suo celebre disco del 1968; è il 1956 quando Xenakis lavora alla musica algoritmica; nel 1970 Moog commercia il Model D, il primo sintetizzatore integrato; Emmett Chapman inventa il Chapman Stick nel 1974; il 1977 è l’anno di Stria, composizione di John Chowning, inventore della sintesi FM lineare; pochi anni dopo Bill Bruford sarà lungimirante nell’inserire le percussioni elettroniche nel drumset.

L’elenco prosegue fino ad arrivare alle moderne OP-1 di Teenage Engeneering e Seaboard targata ROLI, strumenti che hanno rivoluzionato ancora una volta l’approccio alle tastiere. 

Dall’alto: l’OP-1 di Teenage Engineering, la Seaboard Blocks di ROLI

Sottovalutare il progresso musicale è sottovalutare la storia dell’Arte e dell’uomo; abbracciarlo ci permette scegliere il meglio per le nostre opere, muta il nostro approccio al lavoro e ci fa crescere.


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Singolo o doppio? L’eterna lotta a colpi di pedale!

“No, ne basta uno per fare tutto quello che mi serve”, “senza come faccio andare veloce?”, “per il genere che faccio non me ne faccio nulla”, oppure “io il doppio lo uso sempre”…

Tra i vari dibattiti filosofici che impegnano la mente di noi batteristi, quello del singolo o doppio è sicuramente nella Top 5 dei più accesi. Una “problematica” che si divide in amore e odio, delineando molto chiaramente le due fazioni e, purtroppo, distinguendo in quali generi è utilizzabile e quali invece è categoricamente proibito, manco avesse la peste.

Generalmente, quando si pensa al doppio pedale si pensa subito al Metal e tutti i sottogeneri più o meno estremi; al rock, ma non sempre perché i puristi potrebbero fare l’esempio del sempre-nei-nostri-cuori John Bonham, che col suo piedino riusciva a scaricare una mitragliata di note che in confronto il Kalashnikov non era molto di più di una pistola ad acqua, e quindi per rock s’intende il progressive dove tutto è lecito. E poi? Basta! Basta perché nel jazz non è concepibile, nel funk ancora meno, nel pop forse all’interno di una barzelletta. Insomma, stando a vedere, sembra che l’utilizzo del doppio pedale sia più che altro una questione di genere musicale.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire perché questo oggetto infernale è stato progettato. Il doppio pedale nasce per un’esigenza puramente pratica: portarsi appresso due casse era alquanto scomodo, e se aggiungiamo le difficoltà di doverle intonare perfettamente e calibrare i due pedali in maniera identica per il buon esito della performance, la faccenda cominciava a diventare davvero complicata. La doppia cassa rimaneva quindi un lusso che solo i big potevano permettersi.

Allora il vero nemico a cui dobbiamo rivolgere il nostro dito accusatore non è il doppio pedale, che non è nient’altro che una conquista tecnologica, bensì la doppia cassa! E chi ha avuto una mente così diabolica da concepire un’idea che ancora oggi porta a numerose battaglie nel mondo batteristico?

La risposta la troviamo intorno agli anni ’30-’40 del secolo scorso nell’idea di un certo Luigi Paulino Alfredo Francesco Antonio Balassoni (ancora una volta noi italiani siamo stati i pionieri), conosciuto con lo pseudonimo di Louie Bellson, un batterista che ha contribuito alla registrazione di circa 200 album lavorando con i grandi della musica, apportando una crescita e un’evoluzione del nostro amato strumento. Provate a indovinare che genere suonava principalmente? Ebbene sì: il Jazz. L’inventore della doppia cassa e successivamente del doppio pedale era un jazzista. Ironico.

Da Louie Bellson in poi la doppia cassa venne vista come qualcosa di necessario per potersi esprimere con soluzioni ritmiche originali, dando un colore che poteva risultare inaspettato ma che caratterizzava il brano.

Tra i grandi artisti che hanno utilizzato la doppia cassa, senza entrare nel contesto metal, potrei citarvi Keith Moon, Ian Paice in “Fireball” e il grandissimo Billy Cobham (vi consiglio di prendere in esame il suo utilizzo ascoltandovi il brano “Quadrant 4”); tra i batteristi più moderni non posso non citare Gavin Harrison che utilizza il doppio pedale anche in contesti meno estremi, come nel funk e nel jazz.

Il punto, caro lettore, è che non esiste il concetto di giusto o sbagliato, ma solo l’utilizzo intelligente; non possiamo permetterci di ragionare per compartimenti stagni perché la storia ci ha insegnato che le cose non stanno così.
Forse è arrivato il momento di disfarci delle etichette e cominciare a valutare ed apprezzare la musica nel suo insieme. Ricordiamoci che i nostri strumenti musicali sono solo dei mezzi, quello che conta davvero sono le idee.

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