Studi a metronomo? Sei sicuro che basti?

esercitarsi con il metronomo

Indipendentemente dallo strumento e dal genere che suoni il tempo è parte essenziale di ogni esecuzione e, maggiore è il tuo controllo, migliore sarà la tua performance; ecco perché in ambito didattico l’utilizzo del metronomo è largamente diffuso per poter padroneggiare il tempo e le suddivisioni ritmiche.

Sin dalle prime lezioni di solfeggio il perpetuare del ticchettio del metronomo è sempre stato visto dagli studenti come un nemico, fonte di ulteriore stress, che rendeva l’esercizio molto più difficile di quello che non fosse, per questo molti furbetti lo misero da parte studiando solo con il proprio tempo interiore; già, ma a quale prezzo?

Quando facciamo pratica con il nostro strumento, spesso ci dimentichiamo l’enorme sforzo neurologico a cui ci stiamo sottoponendo: infatti nella fase di studio utilizziamo tre quarti del nostro cervello e l’intero cervelletto, per cui avere la presunzione di affidarsi solo a noi stessi per scandire il tempo, specialmente agli inizi mi sembra poco pratico. Ecco perché il metronomo è il valido aiutante che ti permetterà di sgravarti di questo onere, concentrandosi solo ed unicamente sullo studio degli esercizi.

Una volta presa dimestichezza infatti quel ticchettio non sarà più un nemico e ci permetterà di ottenere una percezione del tempo più solida, nonché renderci più chiara la suddivisione ritmica.

Ma nel 2019 sono convinto che possiamo fare un passo oltre e tal proposito vi faccio una domanda: voi il metronomo lo avete mai studiato in levare? Una domanda bizzarra che porta a una pratica curiosa ma che eleva il vostro studio un gradino più alto.

Usare il metronomo come esercizio

Immaginate di prendere un libro di solfeggio ritmico e cominciate ad eseguire gli esercizi con il metronomo, ovviamente voi tutti farete ogni riga del pentagramma con la pulsazione in battere, bene, ora provate a rifare gli esercizi partendo dal presupposto che il ticchettio sia in levare, il risultato sarà quindi che il battere sarà privo di riferimenti, che saranno invece sull’ottavo in levare di ogni quarto.

Il risultato, al primo ascolto sarà molto strano ma, non appena presa dimestichezza, vi accorgerete che l’intenzione e il vostro portamento cambia completamente! Se poi questo esercizio lo riportiamo su un groove o su un fraseggio la differenza sarà ancora più evidente; questo avviene perché cambia il riferimento, il vostro punto di appoggio, il cervello quindi deve riadattarsi alla nuova situazione.

Un metodo di studio immediatamente applicabile che normalmente utilizzo nella mia routine pre registrazione, e che porterà a un notevole miglioramento della percezione del tempo e un miglioramento del portamento.

Un altro upgrade è quello di usare creare una sequenza di metronomo con due battute, in cui la prima battuta abbiamo la pulsazione, nella seconda battuta pausa; eseguendo l’esercizio con questo metodo ci ritroveremo a fare i conti con il nostro tempo interiore e vedere se effettivamente è stabile e, se in caso non lo fosse, migliorarlo ulteriormente.

Per i più coraggiosi nessuno vi vieta di poter mescolare i due metodi di studio, non possiamo garantire sulla vostra sanità mentale.

Ovviamente anche lo studio senza metronomo è molto importante per poter spostare il vostro focus sulle sonorità e sulla musicalità dei vostri fraseggi, bisogna sempre trovare il giusto equilibrio.

AYREON – Electric Castle and Other Tales. 
Andare ai concerti è IMPORTANTE

A ormai due settimane dal concerto degli Ayreon, progetto del compositore olandese Arjen Lucassen, noi di AltreTecniche proponiamo una piccola analisi del lavoro sul palco.

Sono stato al Luxor Theatre quattro anni fa, al Poppodium 013 due anni fa, ma anche questa volta sembra la prima: scenografia da brivido, musicisti spettacolari, un cast di cantanti fuori dal comune. Insomma, un’altra esperienza indimenticabile.

Oltre ad aver collezionato dei bellissimi ricordi di queste tre esperienze, tutte le volte che esco da un concerto porto con me tante riflessioni. Nel corso degli anni, lavorando anche sul palco come tecnico, mi sono svelato la magia di alcuni artifici, i tanti meccanismi dietro ad uno show ben congegnato, ed anche le magagne da risolvere.

I concerti restano momenti unici nella vita di un musicista e segnano profondamente la propria storia ed il proprio background. Penso spesso che sarebbe molto interessante che ogni musicista mettesse un elenco dei concerti a cui ha assistito nel proprio curriculum perché dicono molto di come uno vive la propria passione musicale.

Lo show a cui ho assistito venerdì 13 settembre è un pretesto per introdurre l’argomento, eppure penso che quelle dodicimila persone che hanno mandato le date sold-out in tre giorni abbiano davvero qualcosa da dire a riguardo, quindi mi farò portavoce.

La musica di Lucassen è di qualità superiore.
Vivere nello stato dei fiamminghi – che non sono famosi solo per Rembrandt e la sua cricca di pittori…studiate un po’ di contrappunto! – porta ad avere un background musicale diverso, ed a scrivere musica con una diversa consapevolezza. Non è che tutto quello che è non-Italia va bene, ma è indubbio che la cultura musicale qui sia discutibile.

La cosa più spettacolare non sta nella complessità dei singoli, a cui i Dream Theater (un nome a caso) ci hanno abituati, ma nella capacità di rendere i passaggi d’insieme al meglio. Il cast di musicisti di Electric Castle and Other Tales ha poco a che spartire con una band e molto di più in comune con un’orchestra sinfonica; non nel numero o nelle sonorità ma nella resa d’insieme. 

Passaggi contrappuntati con fraseggi curati, un flusso musicale che si sposta dal doppio pedale di Ed Warby alle tastiere di Joost van den Broek, per catapultarsi a picco sull’arco di Ben Mathot fino a colpire violentemente un pubblico che ha cantato tutto, assoli e riff compresi. Il Poppodium 013 si è trasformato in un luogo di culto.

L’unico effetto simile a questo l’ho sentito in un concerto di tutt’altra natura. Era al Teatro Grande di Brescia ad una serata dedicata a John Cage; gli interpreti erano il quartetto di percussioni Tetrakits, con la splendida voce di Cristina Zavalloni. Si trattava di musica contemporanea, ma in cinque valevano un’orchestra intera ed il clima che si respirava era lo stesso.

Cristina Cavalloni con il quartetto Tetrakits al Teatro Grande di Brescia

Quello che distingue questi esecutori non è solo un fatto di semplici doti o nomea, ma la capacità di immedesimarsi nella musica che propongono; che sia per mezzo di un personaggio o di un semplice fraseggio, quello che distingue una buona esecuzione ad alti livelli è la capacità di comprensione ed interiorizzazione del brano da parte di musicisti e cantanti, nondimeno la direzione artistica precisa che il compositore è in grado di dare.

Dunque quando si va ad un concerto si percepisce proprio questo, è come affondare in una nebbia soffice che investe tutto quello che la pressione sonora riesce ad avvolgere.

Trovo che la cosa più interessante dal vivo sia proprio la prospettiva del musicista: cosa pensa, come si sente mentre esegue, e come ogni concerto di un tour sia uguale ma sempre diverso perché come diceva Eraclito “non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, ma neppure una volta sola”.

Quindi andate ai concerti, assaporate il più possibile quell’aria intrisa di arte – e spesso di sudore – per assorbirne sempre di più, per apprendere. Affrontateli come foste di fronte ad un sapiente che vi svela i segreti del mondo musicale e mettete in pratica tutto una volta allo strumento.

Ecco, magari evitate di scaraventare a terra le chitarre, bruciare cose, lanciare fluidi sui vostri amici che vi ascoltano, sgozzare capretti e mangiare teste dei pipistrelli…sempre che questa fosse vera…

The DOCTOR is IN: gli sgami della nonna contro l’ANSIA da palcoscenico

Se dicessi si non averne sofferto mentirei spudoratamente. I miei colleghi potrebbero raccontare quanto negli anni io sia riuscito ad essere odioso poco prima di un concerto.

Ma grazie al cielo non lo faranno. 

Le cose cambiano, si matura personalmente, artisticamente e tecnicamente, fino ad affinare le proprie strategie sul palco e appena prima.

L’ansia da palcoscenico è normale. 

Tanti si lasciano sopraffare dall’emozione e dal fremito adrenalinico temendo che possa essere controproducente, ma non sempre è così. La nostra percezione e la nostra capacità di affrontare le situazioni cambiano nel tempo; da giovani un errore può provocare più una risata che un senso di vergogna. Crescendo si diventa più esigenti con sé stessi e con gli altri e si finisce col sovraccaricarsi di responsabilità ed aspettative.

Qui arriva l’ansia da palcoscenico.

C’è chi è scaramantico ed ha la tastiera storta di quei 12,4° rispetto all’asse terrestre.
C’è chi ha invitato i parenti, gli amici, la ragazza al secondo appuntamento.
Ci sono quelli che non sanno benissimo i brani.
E poi c’è chi fatica a gestire le situazioni di tensione.

Non esiste una vera e propria ricetta per arrivare tranquilli sul palco, le strategie sono infinite e non universali, ma ci sono alcune operazioni preliminari che aiutano in ogni situazione.

Studiare i brani fino ad essere consapevoli di ogni nota che inserirete o dei punti in cui improvviserete, fissando i momenti musicali principali è il primo punto che stroncherà la vostra preoccupazione. Le prove non servono solo a studiare in brani insieme ma concorrono a costruire un sistema di fiducia reciproca che permette al gruppo di essere un unico grande esecutore. La sala prove è un’inesauribile risorsa di crescita e di studio, tanto che anche una prova brutta è utile: riuscire a risolvere un errore a favore di una soluzione fuori dall’ordinario, conoscere meglio il modo di suonare dei nostri colleghi fino ad essere in grado di prevedere alcuni passaggi ed assecondarli, sono solo alcuni degli obiettivi di una band davvero funzionante.

Fidarsi dei propri colleghi è il principale deterrente contro l’ansia da palcoscenico, e questo avviene se tutti sanno essere pronti e reattivi. Tanti musicisti prendono sottogamba tanto l’adrenalina da paloscenico, quanto i suoi rimedi: suonare con il chitarrista intontito dalle canne, il bassista ubriaco ed il cantante che ha mischiato aulin e sambuca è una situazione che li rende tutti e tre tranquilli sul palco, ma non rende tranquillo il quarto: quello sobrio. 

Lungi da noi condannare una birra post-concerto o un buon bicchiere di vino; piuttosto la riflessione che proponiamo è questa: vi fareste mai operare da un medico ubriaco? andreste al supermercato con l’addetto ai salumi che ha appena vomitato sulla mortadella che sta per servirvi? cheffà, lascia?

C’è poi la fiducia in sé stessi, che forse dovrebbe stare al primo posto. Per molti la musica è un mondo che esclude questo problema. Il concerto riporta tutto su un piano troppo reale ed allora come fare per avere più fiducia in sé.
È un percorso che si fa giorno per giorno, ma per chi fosse all’inizio e facesse parte di una band si ricordi che c’è almeno un altro, forse due, forse tre, quattro, cinque, che si fidano ciecamente di lui.

Chiunque intraprenda seriamente la professione o l’hobby della musica e si trovi a calcare qualche palco avrà sempre il brivido della performance, un brivido talmente freddo da poter paralizzare a volte, ma l’importante è non demordere!

“Tutto il mondo è un palcoscenico”, diceva Shakespeare.
La maggior parte delle difficoltà che si incontrano nella vita sono ben altra cosa rispetto a quello che vi aspetta sul palco, quindi prendetelo per quello che è: un momento solo per voi, dove siete voi i protagonisti e vi meritate ogni fotone che arriva dai faretti, ogni millimetro quadrato della superficie, ogni watt dell’impianto, e fanculo agli stronzi che saranno lì per criticarvi: non c’è peggior critico di sé stessi, e non ce n’è di più autorevole.

A Tool per tu: perché la loro musica dev’essere insegnata nelle scuole

Bizzarri, unici, tra un album e l’altro passa più tempo che ad andare in posta. Eppure il gruppo statunitense non smette di stupire con le sue composizioni avanguardistiche, con un sound che strizza l’occhio a metal e affini, lasciando in un mare di sgomento tutti (nessuno escluso) dagli anni novanta.

Con l’arrivo della loro ultima opera di qualche settimana fa “Fear Inoculum”, si può intravedere un’evoluzione artistica e tecnica decisamente sorprendente, che va a completare la precedente trilogia (divenuta ormai una quadrilogia). Un’evoluzione che non mi lascia affatto indifferente, tanto che un’affermazione mi sorge spontanea: i Tool devono essere elemento di studio in tutte le scuole di musica.

In questo articolo voglio riportarvi i punti più importanti per cui ritengo che la mia affermazione debba essere presa in analisi da tutti i docenti. Potrebbero rimanere “fuori” da questo discorso il primo album “Undertow” e l’EP “Opiate” perché in essi i punti presentati risultano essere meno evidenti.

Il primo e forse il più importante è l’ascolto: ascoltare i Tool non è sicuramente come godersi una Hit dell’estate; i loro brani infatti necessitano di un ascolto attento e molto critico per poterne assimilare il contenuto, complice una destabilizzazione dei canoni della canzone moderna (il classico intro, strofa, ritornello scordateveli!) e le parti dei singoli elementi decisamente poco legate alla tradizione. Portare lo studente all’ascolto dei Tool vuol dire sviluppare e affinare l’orecchio, rendendolo più reattivo anche nei contesti meno convenzionali.

Il secondo punto è la ritmica: il 4/4 è superato, forse tante volte dimenticato. Nelle composizioni tooliane troviamo una vasta gamma di tempi dispari e tempi composti. Ma la cosa più importante è un’altra: la naturalezza dei riff scritti all’interno di questi tempi non convenzionali, che dimostra come un 5/4 o un 15/8 non devono essere per forza di cose risultare spigolosi o complessi. Con questi esempi lo studente si trova di fronte a nuove opportunità di sperimentazione, vedendo il dispari non più come un ostacolo ma come una valida alternativa o soluzione.

Il terzo punto, che è legato direttamente al secondo, riguarda la poliritmia e la polimetria, ovvero l’utilizzo contemporaneo di unità di misura o suddivisioni diverse. Questo concetto, che solitamente è riportato alla batteria, nei Tool lo vediamo esteso a tutti gli strumenti (voce compresa), quindi molto spesso ci si ritrova immersi in cicli ritmici estremamente complessi che al primo impatto possono destabilizzare, ma che divengono elementi cardine di buona parte dei loro brani. Così lo studente ha la possibilità di sviluppare un orecchio molto reattivo e un miglioramento della percezione del tempo.

Quarto punto è la composizione, tallone d’Achille per molti musicisti, ma non per i Tool. In ogni brano troverete elementi contrappuntistici (l’ABC della composizione) che si sviluppano in incastri tra gli strumenti molto interessanti e decisamente d’effetto. Non manca poi l’ispirazione a generi musicali decisamente lontani, come ad esempio i canti gregoriani, che caratterizzano la struttura delle parti di chitarra. Interessante è la scelta stilistica di mantenere come tonalità dominante nella loro discografia il RE, permettendo al chitarrista e bassista di accordarsi in Drop D e al batterista di intonare i fusti di conseguenza; questo per i cordofoni permette l’utilizzo di fraseggi alternativi rispetto all’accordatura standard. Altro aspetto non trascurabile è quello che chiamo “View Change”: spesso ci si ritrova a sentire le parti ritmiche fatte dalla chitarra e le parti melodiche fatte al basso: decisamente interessante

Ultimo ma non per importanza è la cura dei suoni. La padronanza dell’effettistica è sicuramente una cosa da non sottovalutare e soffermarsi su questo in ambito didattico può essere molto utile, tenendo presente che ormai la musica gira intorno al mondo della modulazione.

Potrei andare avanti le pagine a descrivere quanto questo gruppo ci abbia regalato tanti punti di riflessione e, al di là dei gusti personali, sono estremamente convinto dell’enorme importanza didattica dei Tool e di quello che alle future generazioni può offrire.

Gallina vecchia fa buon brodo. Ma non sempre…

Siamo ormai nel 2019 e il mercato libero, l’avvento di nuove tecnologie e l’abbattimento delle spese di produzione hanno reso molti prodotti accessibili a una clientela più vasta, portando maggiori profitti per le aziende che possono puntare sulla vendita di lotti sempre più grandi.

In ambito musicale questa industrializzazione e innovazione si traduce nell’accessibilità a un prezzo ridotto a strumenti con un buon potenziale. Certo, questo ha i suoi “svantaggi”: molto spesso la scelta dei materiali utilizzati va a sfavore dell’affidabilità, come ad esempio nell’utilizzo di strutture in plastica al posto di quelle in metallo.

Minimoog Model D.

E qui parte la guerra delle due rose: da una parte la casata dei tradizionalisti, dall’altra la casata degli innovatori (o anche dei poveri, direi). I tradizionalisti amano “le cose come si facevano una volta” perché a parer loro la costruzione risulta essere più solida e il suono più pieno, più caldo, più vivo. Gli innovatori spingono invece per tutto ciò che è nuovo, accettando il compromesso costruttivo in nome di una convenienza economica.

Inutile dire che la verità sta nel mezzo, e a prova di ciò vi voglio portare un esempio abbastanza recente.

La Behringer, noto marchio di prodotti musicali, qualche anno fa ha lanciato sul mercato il Model D, un clone dell’iconico sintetizzatore di casa Moog. Fin dalla sua uscita ebbe inizio una guerra a colpi di commenti in cui da una parte il nuovo prodotto veniva disprezzato perché non uguale all’originale, mentre dall’altra veniva difeso perché dava l’opportunità di avere le sonorità leggendarie del prodotto Moog a prezzi nettamente inferiori. Al di là di ogni pronostico, nei test di comparazione il prodotto Behringer è riuscito a tenere testa allo strumento da cui deriva. Questo perché durante la produzione è stata mantenuta fede al circuito originale, tranne che per l’utilizzo di potenziometri e case in plastica per ovvi motivi di costo.

Behringer Model D, il clone dell’iconico synth di casa Moog.

Per coloro che insistono sul fatto che Moog abbia un suono “più caldo”, possiamo certamente dire che il suo case metallico conduce più calore e di conseguenza il circuito si scalda maggiormente. In caso propendessimo per il suo clone, dovremo quindi concedergli un po’ più di tempo di riscaldamento prima della performace!

Ovviamente non sempre questo tipo di ragionamento è valido: nella produzione di strumenti acustici il materiale utilizzato è di fondamentale importanza. Nelle batterie infatti la differenza viene fatta non solo dalla tipologia di legno utilizzato, ma anche dalla sua provenienza, stagionatura e altre caratteristiche che ne determinano la qualità. A parità di lavorazione, non solo una batteria in betulla suonerà in modo diverso da una in acero, ma più la batteria sarà vecchia e meglio suonerà (ovviamente in condizioni di mantenimento adeguate). Questo accade perché il legno continua a stagionare, per cui se doveste comprare oggi una batteria probabilmente tra 10 anni non avrà lo stesso suono di quando era nuova.

Quindi è sempre utile fare un’analisi critica dei prodotti presenti sul mercato per valutarne i pro e i contro. Potremmo rimanere piacevolmente sorpresi da ciò che possiamo trovare anche tra le proposte di marchi meno blasonati.